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UE: 2017, la sfida dei populismi

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di Giampiero Gramaglia

La trasparenza e la democratizzazione sono una priorità della Commissione europea: il presidente Jean-Claude Juncker persegue, a tal fine, “una speciale partnership con il Parlamento europeo” e “un’accresciuta trasparenza” quando si tratta di contatti con gli stakeholders e i lobbisti; e vuole focalizzare l’attenzione del suo team “su quello che davvero conta”, piuttosto che disperdere energie in troppi rivoli – le iniziative legislative sono così scese da 130 nel 2014 a 23 nel 2015 -.

11-01-2017

Ma l’avanzata dei populismi dall’UE agli Usa pone interrogativi su un’eventuale ‘crisi strutturale’ della democrazia rappresentativa in generale in Occidente.

Il sì alla Brexit nel referendum britannico del 23 giugno e il successo di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca l’8 novembre, due risultati appena attenuati dalla vittoria in Austria il 4 dicembre dell’europeista verde Alexander Van Der Bellen, lasciano temere affermazioni dei movimenti populisti e nazionalisti nella raffica di elezioni che attendono i maggiori Paesi dell’Unione europea nei prossimi nove mesi.

La carrellata d’appuntamenti elettorali è eccezionale: il 2017 dell’UE diventa un percorso a ostacoli. A gennaio, il 22 e 29, ci sono le primarie della sinistra francese in vista delle elezioni presidenziali; il 15 marzo, si vota in Olanda; il 26 marzo nella Saar in Germania; il 23 aprile, c’è il primo turno delle presidenziali francesi; il 7 maggio, il ballottaggio francese e si vota nello Schleswig-Holstein in Germania; il 14 maggio, si vota nella Renania del Nord-Westfalia, sempre in Germania; e, infine, il 24 settembre ci sono le politiche tedesche. A questi appuntamenti, potrebbero ancora aggiungersi le politiche italiane.

Di come “costruire l’Europa federale nell’era dei populismi”, si discute a Bruxelles e nelle capitali dei 28. Dal dibattito fra europeisti, emerge che chi ancora ci crede deve unire le energie per salvare e rilanciare il progetto d’integrazione, che, nato oltre settant’anni or sono nelle tenebre più profonde della Seconda Guerra Mondiale, celebrerà a Roma il 25 marzo 2017 il 60° anniversario della firma dei Trattati istitutivi delle tre iniziali Comunità europee, la economica (CEE), quella del carbone e dell’acciaio (CECA) e quella dell’energia atomica (EURATOM).

L’attuale processo ha perso slancio politico e ha pure perso l’appoggio dei cittadini, che, prostrati dalla crisi del 2008 e delusi dalle risposte dell’UE, rimproverano all’Unione di non fare loro, come sperato, da frangiflutti alla globalizzazione e di non garantire loro sicurezza e tranquillità gestendo il flusso di migranti.

Un modo, forse l’unico, per riscattare e fare ripartire l’integrazione è di rinnovarla, dando maggiore legittimità democratica all’azione politica europea e innestandovi una concreta prospettiva federale, nella convinzione che il vero ‘sovranismo’ non sta oggi nella restituzione di sovranità ai singoli Stati, progressivamente irrilevanti, ma nel conferimento di maggiore sovranità all’Unione europea, che può avere voce in capitolo nei consessi internazionali.

C’è poco da sperare che i leader dei Grandi dell’Unione abbiano colpi d’ala europei in un contesto di sfide nazionali incerte e aperte com’è quello del 2017. Ma è l’ora di aprire viottoli di speranza e d’ambizione tra le rovine di un’Unione sbriciolata nei suoi valori fondamentali - lo Stato di diritto e la solidarietà - e marginale nelle crisi mondiali, anche sull’uscio di casa, come la vicenda siriana dimostra.

Costruire l’Europa con chi?, come?; ma soprattutto perché? Bisogna ridare ai cittadini il senso d’utilità di un progetto e l’orgoglio di appartenervi, migliorare la comprensibilità di ciò che esiste, estendere l’esperienza dell’Erasmus ai licei e a realtà professionali – un ‘Erasmus dei giornalisti’, ad esempio, contribuirebbe a un’informazione senza frontiere e senza pregiudizi -.

Ma ci vogliono pure iniziative che rispondano alle domande dei cittadini andando in senso federale: la gestione del flusso dei migranti e la riforma del diritto d’asilo che diventi europeo; la concessione ai migranti che ne hanno diritto della cittadinanza europea e non di una cittadinanza nazionale; e, ancora, la gestione delle frontiere esterne affidata all’Unione, neutralizzando reciproche diffidenze sui controlli effettuati da altri; e, sempre più ambiziosamente, l’accelerazione della promozione e della creazione di una difesa europea, trasformando in opportunità le sfide lanciateci da Trump ancora prima di insediarsi alla presidenza degli Stati Uniti. Infine, dare all’Europa una voce unica e forte nei consessi internazionali, dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU al Fondo monetario internazionale, dal G8 al G20.

Su molti fronti, dall’immigrazione alla difesa, al rafforzamento delle voci di bilancio per l’Erasmus, la Commissione ha già presentato proposte concrete e i leader e i governi dei 28 ne hanno avviato l’esame e in qualche caso l’attuazione. Impensabile e impossibile, nel 2017, realizzare tutto. Ma indispensabile e necessario cominciare e continuare a muoversi nelle direzioni giuste e renderlo percepibile ai cittadini: il fermento dell’Unione sarebbe, per tutti, un segnale di risveglio e riscossa.

 

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