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Quando la città incontra il carcere

27/06/2018
by Alessandra Cecc...
Language: IT

Vito Martiello è responsabile dell'Ufficio Salute e Progettualità sociale del Comune di Ferrara. La sua relazione al seminario EPALE "Oltre il carcere" ha ricostruito la storia del percorso che in 20 anni ha portato a un coordinamento politico e territoriale per ricollocare il carcere nella città. Pubblichiamo qui il testo della relazione.

 

 

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Ferrara è una città rinascimentale dell’Emilia Romagna con 133 mila abitanti.
 
Il carcere originario si trovava entro le mura (via Piangipane) fu costruito nel 1912 e utilizzato fino al 1992. Vi sono stati rinchiusi gli antifascisti e, dopo l’8 settembre 1943, anche resistenti e cittadini di origine ebraica fra i quali Matilde e Giorgio Bassani. Oggi è sede del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e dalla Shoah.

Il nuovo carcere “Casa Circondariale Costantino Satta” è stato costruito nel 1992 ed è collocato in un’area extra-urbana. La popolazione detenuta è pari a 357 unità (circa il 40% straniera). Prima del terremoto aveva toccato quota 500.

 

L’incontro tra Carcere e Città. Nel 1987 la Regione Emilia Romagna e il Comune di Ferrara avevano rispettivamente sottoscritto un Protocollo d’intesa con il Ministero di Grazia e Giustizia, ed approvato nel 1988 la “Costituzione presso il Comune di Ferrara di un comitato di coordinamento politico-istituzionale denominato “Il carcere nella città”.

Nel 2000 viene Costituito il Comitato locale per l’esecuzione dell’area penale adulti – ne fanno parte il Comune di Ferrara con 3 assessorati, l'Amministrazione Provinciale con 3 assessorati, l'Azienda Sanitaria, l'Amministrazione Penitenziaria, l'UEPE, l'allora Provveditorato agli Studi.

Sulla carta ci sono tutte le condizioni e tutti gli attori per avviare il dialogo e l’avvicinamento tra Carcere e Città (il Direttore dell'epoca ogni volta ribadiva il concetto che il Carcere era stato messo fuori e lontano dalla città).

Ma realtà racconta una storia diversa e i tempi sono più lunghi.

 

Oltre ai documenti e agli impegni sottoscritti, ci vogliono teste e gambe per avviare il tentativo di “Ricollocare il Carcere nella sua Città”: c’è da allacciare rapporti e costruire relazione, attraverso la conoscenza, basata sul rispetto e la fiducia reciproca, pur nella rigidità di norme e comportamenti consolidati nel tempo, c’è da intavolare una relazione tra due realtà che poi va spiegata alla comunità (il Carcere chiama in causa temi legati alla giustizia, alla pena, alla sicurezza, alle vittime e loro familiari) tutti argomenti che non vanno rimossi e vanno spiegati in confronti con chi chiede e vuole sapere perché si spendono risorse per il carcere e per i detenuti. Bisogna cioè spiegare il perché si fa!

C'è poi la resistenza e la diffidenza nell'aprire i cancelli a tante altre persone che in maniera professionale e volontaria desiderano operare in Carcere. Ci sono poi nel carcere, oltre alle persone detenute, diverse modalità di intendere il carcere, nelle figure della Direzione, della Polizia penitenziaria e del personale educativo e appare molto chiaro che bisogna relazionarsi con tutti, con molta attenzione e senza alcuna preferenza.

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Si comincia con la mobilità e la circolazione stradale, la linea e la fermata con pensilina dell’autobus e l’accesso in sicurezza alla struttura, sono stati i primi segnali di collegamento.

Poi a partire dal 2005, con l'ingresso del terzo settore e con il supporto tecnico ed economico del Centro Servizi Volontariato, all'interno del Comitato e l'avvio di una programmazione condivisa degli interventi annuali, inseriti nei Piani sociosanitari (con le risorse economiche Comunali e regionali), si ha la svolta vera. Il Comitato locale mette in atto tutte le strategie per il miglioramento del contesto relazionale all’interno del carcere e alla intensificazione dei rapporti tra carcere e società, con l’obiettivo, soprattutto, di facilitare il reinserimento delle persone nel contesto sociale allo scadere del loro periodo di detenzione.

Questa finalità viene raggiunta a partire da un contesto maggiormente governato e regolamentato, in cui i rapporti di collaborazione e le responsabilità di ogni soggetto vengono meglio definiti. Tale contesto si realizza avviando percorsi di formazione-informazione congiunta tra Carcere, Istituzioni e Terzo Settore, che portano tutti ad una maggiore conoscenza reciproca (leggi norme e regolamenti, bisogni da leggere e interpretare, definizione delle risorse economiche, umane ecc.) e alla definizione di procedure di collaborazione che assumono ufficialità, a partire dalla verifica dell’applicazione degli strumenti già disponibili, come il Protocollo d’Intesa tra Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria dell’Emilia Romagna, la Conferenza Regionale del Volontariato e Giustizia e la Regione Emilia Romagna (sottoscritto a Bologna in data 1 dicembre 2003).

Questo percorso, permette di superare una situazione, in cui si rilevava da un lato la positività della presenza di varie iniziative, ma dall’altro il loro carattere estemporaneo e spesso disarticolato, poiché realizzate al di fuori di accordi o di un quadro programmatorio condiviso. Tale superamento è stato raggiunto tramite la formalizzazione di regole che hanno consentito ai diversi soggetti del territorio di agire secondo procedure condivise e regolamentate da forme di accordi, verso i quali ciascun soggetto si è assunto le proprie responsabilità.

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A grandi linee viene impostato e condiviso un lavoro su alcune direttive inerenti:

il lavoro e la formazione professionale: nasce il progetto “RAEE (Recupero delle Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) in carcere”, smontaggio di tonnellate di elettrodomestici bianchi); gli orti, il verde, la coltivazione di alcuni ettari di terreno; i corsi di computer, di cucina e di panificazione. Ora il progetto “Dimittendi”, legato al lavoro e alla casa per chi esce e non ha riferimenti solidi;

le attività laboratoriali e sportive: il Teatro Nucleo con Horacio Czertok; la redazione del giornale Astrolabio; la pittura, il bricolage, il corso di fotografia; le attività sportive con la UISP, la palestra e la box con il Coni e i fratelli Duran;

la mediazione culturale: l’istruzione, l’informazione; i corsi di alfabetizzazione e i corsi scolastici di scuola secondaria di 1° e 2° grado, i corsi di lingua italiana per stranieri, la biblioteca inserita nel circuito bibliotecario cittadino; il progetto genitorialità con spazi gestiti dall'Istituzione Scolastica; gli sportelli con le assistenti sociali, i patronati e ora la presenza dell'ufficio anagrafe del Comune;

l'assistenza sanitaria: il mantenimento, ai sensi della Legge n.740/70, di un sanitario incaricato e di un servizio di guardia medica attivo nell’arco delle 24 ore, nel cui ambito operano sei medici. Mantenimento di un’assistenza specialistica all’interno dell’istituto per le seguenti branche: cardiologia, odontoiatrica, infettivologica, otorino laringoiatra, dermatologica, psichiatrica, neurologica. Mantenere all’interno del carcere la figura di un sanitario cosiddetto medico del lavoro competente anche per i detenuti. Mantenere l’assistenza ai tossicodipendenti tramite un’equipe del Ser.T., con impegno di spesa anche di questa Amministrazione. Mantenimento di un servizio di guardia infermieristica con sette infermieri dipendenti Az. Usl. Realizzazione di una convenzione per fornitura farmaci. Per problematiche che non possono essere risolte in ambito interno, si provvede presso il locale nosocomio cittadino a norma dell’art.11 della Legge 26/07/1975, n.354;

la sensibilizzazione della città: i rapporti e le iniziative con le scuole dentro e fuori, il progetto “Cittadini sempre”, gli spettacoli presso il magnifico Teatro Comunale e gli spettacoli interni con la partecipazione esterna, le mostre dei quadri delle persone detenute, gli incontri pubblici, ecc.

Il 4 giugno 2007 una delibera comunale e in seguito adottata anche dalla provincia, istituisce e regolamenta la figura del Garante delle persone private della libertà.

 

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La programmazione degli interventi annuali, inseriti nei Piani sociosanitari (con le risorse economiche comunali e regionali) e una consuetudine fatta di rapporti quasi giornalieri, ha consentito di valorizzare tutte le iniziative e dall’altro di costruire e sistematizzare un quadro programmatorio condiviso all'interno del Comitato Carcere e collocato nel Piano sociale di zona, che raccoglie e rende organiche tutte le iniziative poste in essere.

Pur in una situazione difficile nel sistema penitenziario nazionale e regionale, in Emilia Romagna da anni si è avviato un alto livello di collaborazione tra Regione, Amministrazione Penitenziaria ed Enti Locali, perché siamo convinti che sia l’unica strada possibile per renderlo effettivamente un luogo di rieducazione e reinserimento sociale così come previsto dall’Ordinamento Penitenziario.

 

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Qualche nota personale

Ho accettato prima l'invito amichevole di Horacio e poi quello formale di partecipare a questa iniziativa [il seminario EPALE "Oltre il carcere", n.d.r.], perché mi piaceva raccontare con semplicità (sono convinto che queste iniziative, avvengono in tantissime parti di Italia), una delle attività sociali di cui mi sono occupato nel corso della mia vita lavorativa, giunta a fine (fine pena, direbbero i miei amici) per anni di servizio. Ho lavorato tanti anni presso il settore interventi sociali del Comune di Ferrara e oggi volevo anche rendere onore allo sforzo e alla volontà degli amministratori e dei dirigenti, che si sono succeduti, per aver voluto pensare e operare nel sociale in questo modo.

Insieme al Carcere, con i colleghi dell'ufficio, mi sono occupato di disabilità, di nomadi, di stranieri e altro ancora, ho sempre avuto presente che il mio lavoro, il nostro lavoro, riguardava le persone in carne ed ossa, portatori di istanze complesse che non si esaurivano con la concessione di un documento, un certificato, una telefonata o di un invio ad altri servizi.

Ho sempre lavorato con la consapevolezza che la vita delle persone è una somma di sogni e bisogni ed incrocia diversi ambiti: la sanità, il lavoro, la cultura, il sociale, e così via.

Per ognuno di questi ambiti, nelle nostre città, ci sono servizi sanitari, servizi sociali, organizzazioni culturali, sportive e ricreative, imprese e così via. Tutte insieme, queste realtà devono concorrere a costruire le politiche delle nostre città, a fare insieme delle scelte, avendo sempre come punto di partenza i bisogni delle persone e come obiettivo il benessere dell’intera comunità.

Questo modo di intendere l’organizzazione di una città può aiutare a progettare e ad investire, al di là della risposta alle emergenze, nella direzione di una crescita più globale del tessuto sociale e di una risposta articolata e a lungo termine ai problemi che si presentano.

Scriveva don Giacomo Panizza, prete antimafia:

“Bisogna considerare che il “sociale” non va sacrificato ai servizi sociali. Il sociale non è solo un mezzo, uno strumento di lavoro, un aggettivo delle nostre prestazioni e delle nostre iniziative. Anche per noi “sociale” è l’orizzonte, il fine, il sogno di una società “socializzata”, l’esito dei nostri programmi e progetti. Occorre farsi carico di socializzare i territori, accrescere qualità della vita, promuovere coesione sociale, attivare risorse umane solidali.”

C’è un sociale che non si può limitare alla dimensione tecnica, cioè alla gestione dei servizi, ma che crea relazioni e qualità sociale. Una cultura sociale rinnovata sfida i cittadini e le cittadine tutte a "pensare in grande" e ad impegnarsi a costruire nel quotidiano dei nostri territori quella dignità umana e quella felicità a cui tutti e ciascuno abbiamo diritto.

Bisogna lavorare per mettere in comunicazione mondi che stanno operando in maniera separata, lecitamente separata, ma che devono imparare a vedere non più solo “una cosa”, il loro compito o la loro “missione” come “bene”, ma che incomincino a vedere anche come “bene comune” lo sviluppo del territorio di tutti. Che vedano insieme un bene comune da costruire in comune.

Spero di aver fornito il mio piccolo contributo.

 

Vito Martiello

 

 

 

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