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Risorsa

Relazione di Mauro Palma per il seminario EPALE "Oltre il carcere"

Lingua: IT

Inviato da Alessandra Cecc...

«Nessuno può essere soggetto a tortura o a trattamenti o pene disumani o degradanti». L’articolo 3 della Convenzione per la tutela dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali è uno dei pochi articoli non derogabili ed esprime un divieto assoluto e riguarda sia la volontà esplicita e finalizzata di infliggere sofferenza alle persone private della libertà personale, sia la detenzione irrispettosa della loro dignità, seppure non volontariamente imposte ma di fatto risultanti.

L'Italia, ma anche altri paesi europei, sono stati in anni recenti coinvolti in sentenze che intendevano sanzionare le condizioni strutturali di un sistema non in grado di offrire una detenzione dignitosa e in linea con gli standard europei.

Il problema degli alti numeri della popolazione ristretta e dei relativi spazi non si esaurisce però nell’esame del rapporto tra posti disponibili e presenze. Se si trattasse soltanto di un problema di mero ‘sovraffollamento’ avrebbe qualche ragione chi, anche in dichiarazioni ufficiali, riporta il tema alla definizione di più spedite procedure per la costruzione di nuovi Istituti e per la risistemazione dei vecchi in modo tale da reperire nuovi posti letto.

Non è così. Il problema ha tutt’altra natura: risiede innanzitutto nel crescente ricorso alla detenzione come strumento di gestione delle molte contraddizioni che abitano le nostre società.

Sul significato della pena, tra le posizioni che ritengono doveroso l’intervento punitivo dello Stato, la sua giustificazione può discendere da due principi sostanzialmente diversi: reintegrare con una violenza opposta al delitto, il diritto violato; oppure impedire un maggiore danno, riconoscendo la pena comunque come un male, seppur necessario. La prima posizione assegna alla pena un valore ‘retributivo’, quale risposta a una richiesta etica, senza particolare attenzione al reinserimento del soggetto, alla sua possibilità di riannodare i legami con la società. La seconda le assegna un valore di ‘utilità’ o ‘necessità’, avendo comunque come obiettivo la riduzione del danno che la commissione del reato ha prodotto. La prima dovrebbe appartenere – almeno nella sua esplicita affermazione – al passato degli ordinamenti penali, quantunque risorgente in varie parti del pianeta; la seconda è quella dichiaratamente accolta dagli ordinamenti degli stati liberali; o, meglio, dalla tradizione europea.

Il principio fondamentale dovrebbe essere che si va in carcere perché si è puniti e non che si va in carcere per essere puniti.

 

 

Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, tra i relatori del seminario EPALE "Oltre il carcere", pur impossibilitato da impegni istituzionali concomitanti, è intervenuto, per tramite della sua portavoce, sul tema proposto dal seminario proponendo una riflessione sui fondamenti dell’esercizio dell’azione penale: «perché punire», «cosa punire» e, quindi, «come punire».

Di quale sistema penitenziario dovrebbe dotarsi uno Stato moderno che rispetti i diritti fondamentali e che si ponga, in linea anche con le indicazioni europee sull'esecuzione penale, la finalità rieducativa intesa come reitegro nel contesto sociale?

 

Leggi il testo integrale della relazione di Mauro Palma

Autore/i della risorsa: 
Mauro Palma
Data di pubblicazione:
Venerdì, 22 Giugno, 2018
Tipo di risorsa: 
Studi e relazioni
Paese:
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