chevron-down chevron-left chevron-right chevron-up home circle comment double-caret-left double-caret-right like like2 twitter epale-arrow-up text-bubble cloud stop caret-down caret-up caret-left caret-right file-text

EPALE

Piattaforma elettronica per l'apprendimento degli adulti in Europa

 
 

Newsroom

La scommessa pedagogica dell'insegnare in carcere

22/01/2019
Lingua: IT

Quali competenze trasversali deve avere un docente che lavora in carcere? Occorre una formazione specifica o è sufficiente imparare sul campo, magari sostenuti dai colleghi più esperti?

In ambito scientifico e accademico, il tema dell’istruzione in carcere è affrontato prevalentemente da un punto di vista storico-sociale, organizzativo e normativo, raramente pedagogico e occasionalmente letterario. La bibliografia in merito è varia e articolata e denota un crescente interesse della ricerca.

Il CREIFOS, Centro di Ricerca sull’educazione interculturale e la formazione allo sviluppo del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, diretto da Massimiliano Fiorucci, con la Scuola Superiore dell’Esecuzione Penale “Piersanti Mattarella” e l’Uff. III della Direzione Generale della Formazione, diretto da Cira Stefanelli, e con il Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti n.3 di Roma hanno progettato e realizzato un percorso formativo a forte impostazione esperienziale, rivolto ai docenti in servizio a Regina Coeli e all’Istituto penale per minorenni Casal del Marmo di Roma. L’obiettivo era di avviare la definizione di un profilo del docente in carcere, a partire dall’esperienza e attraverso la lettura di testi narrativi e della tradizione pedagogica trasformativa.

Elena Zizioli, docente e ricercatrice del Dipartimento di Scienze della Formazione di Roma Tre, responsabile scientifico del progetto e membro CREIFOS, insieme con la dott.ssa Elisabetta Colla, pedagogista e formatrice dell’Ufficio III della Direzione Generale Formazione DAP, hanno realizzato un Corso innovativo.

Zizioli non ha dubbi sul fatto che: L’opportunità di corsi di aggiornamento e formazione dal carattere laboratoriale, dove le lezioni frontali e le metodologie della didattica attiva siano presenti in maniera coerente e parallela, è da considerarsi indispensabile in un ambito come quello dell’insegnamento in carcere, dove l’apprendimento cognitivo e la relazione educativa non possono non viaggiare di pari passo.

Continua Zizioli: A favore di un’utopia che trasforma il quotidiano, durante l’esperienza, ci si è dati il compito di provare a costruire, dopo una necessaria opera di decostruzione, un nuovo modello di scuola in carcere e di docente; perciò a lezioni più tradizionali (frontali), sono seguite lezioni laboratoriali in cui è stato chiesto, attraverso attività mirate, di mettersi in gioco per elaborare i vissuti professionali e risignificare il proprio ruolo, privilegiando le dinamiche gruppali che quando si è chiamati ad operare in contesti deprivati fanno la differenza.

I docenti hanno lavorato sulle proprie aspettative rispetto al ruolo e al contesto, tra sogni e frustrazioni, sul riconoscimento e l’espressione di emozioni e sentimenti e sul contenimento di condotte emotive negative.

Durante il percorso, al quale ha partecipato anche un operatore dell’area educativa dell’IPM di Casal del Marmo, sono stati proposti due laboratori esperienziali. Il primo per permettere ai corsisti di provare la propria capacità di riuscire a mettersi alla prova per comprendere fino in fondo la ferita profonda che il reato può causare. Il secondo laboratorio è stato dedicato alla capacità di ‘raccontarsi’, provando a immaginarsi come eroi e antieroe, nella consapevolezza del proprio ruolo di attivatori ‘eroici’ del quotidiano in luoghi pedagogici di confine.

Per certi versi – secondo Zizioli - l’esperienza di insegnamento in carcere può essere qualificata come “eroica” e non può non essere contraddistinta dalla speranza, così come è emerso anche dai racconti delle partecipanti. Eroica per il dispendio di energie, ma pregna di speranza nel cambiamento possibile, nei risultati tangibili del proprio lavoro, nei processi trasformativi dei contesti.

È stato affrontato uno studio di caso, partendo da una situazione che si è realmente verificata in uno dei due istituti.

Ai docenti è stata consegnata una ‘cassetta degli attrezzi’ costituita da riferimenti bibliografici pedagogici e sociologici che in parte sono stati condivisi durante gli incontri di formazione.

Al termine del percorso è emersa una visione del fare scuola in carcere dove si rende necessario rimettere in circolo idealità forti, una rinnovata passione per il proprio ruolo e la fiducia nelle potenzialità trasformative dei processi educativi, andando a ridefinire le competenze e gli atteggiamenti del docente.

Insegnare in carcere, è una sfida importante – conclude Zizioli - che richiede conoscenze disciplinari e competenze relazionali, nonché un impegno etico che vivifica e rende il proprio lavoro una scommessa pedagogica non priva di difficoltà, ma anche di fascinazione.

Il percorso ha indubbiamente indicato una direzione per proseguire i lavori di costruzione di un profilo di competenze trasversali del docente che lavora in carcere: continuare la ricerca secondo il modello sperimentato positivamente che privilegia la partecipazione diretta dei docenti e che coniuga gli studi sul campo con la realtà, ancora poco conosciuta, del contesto carcerario.

 

di Ada Maurizio

Share on Facebook Share on Twitter Epale SoundCloud Share on LinkedIn