«La crisi dei rifugiati non è passeggera e non si può far finta di non vedere». L’alto rappresentante per la politica estera sprona così l’Europa

Articolo di Paolo Valentino
Corriere della Sera - 6 Settembre 2015

Source: http://www.corriere.it/esteri/15_settembre_06/federica-mogherini-rifugiati-ue-89c862aa-547e-11e5-b241-eccff60fea73.shtml

«La crisi dei rifugiati non è passeggera e non si può far finta di non vedere». L’alto rappresentante per la politica estera sprona così l’Europa
 
«Non è stata una riunione facile. Abbiamo avuto punti complicati e drammatici. La discussione è stata difficile sul tema dell’immigrazione. Ma sicuramente è emerso che il tempo delle illusioni è finito e non ci sono Paesi che non saranno coinvolti. C’è una nuova consapevolezza: non si può semplicemente far finta di non vedere. La crisi dei rifugiati non è emergenza passeggera, è qui per rimanere. Prima lo accetteremo psicologicamente e politicamente, prima sapremo dare risposte efficaci».

Federica Mogherini ha appena finito di presiedere in Lussemburgo la riunione informale dei ministri degli Esteri della Ue, in buona parte dedicata al dramma delle centinaia di migliaia di persone in fuga dalle zone di crisi in Medio Oriente e Africa, che cercano protezione e rifugio in Europa. L’Alto rappresentante per la politica estera non si nasconde che la strada verso un’azione comune sia ancora piena di ostacoli, che «non tutte le leadership politiche vedono l’interesse comune di agire da europei». «È una forma di miopia», dice Mogherini. E la crisi in atto lo evidenzia in modo esemplare: «Ancora pochi mesi fa sembrava un affare solo italiano, maltese o greco, oggi riguarda Paesi che pensavano di essere immuni. E tra sei mesi potrebbe riguardarne altri».

Cosa proporrete come Commissione?

«Il pacchetto ha una parte interna, fatta di misure che rafforzano il meccanismo di risposta solidale, di fronte all’ondata migratoria senza precedenti. La parte esterna riguarda il lavoro di medio e lungo periodo per la soluzione delle crisi all’origine del fenomeno, in Siria, Libia, Iraq, Africa».

Si va verso il superamento del regolamento di Dublino, vecchio di 25 anni, come chiesto dai ministri degli Esteri di Italia, Germania e Francia?

«La valutazione sul funzionamento e i limiti di Dublino e il processo di revisione erano già nelle proposte fatte dalla Commissione in primavera. È evidente che il sistema non funzioni. Sicuramente posizioni politiche, tanto più congiunte di Stati membri che sostengono il lavoro della Commissione, contribuiscono a creare consenso e a tradurre le nostre proposte in azioni concrete. Ma idee e proposte da parte della Commissione non sono mai mancate e non mancheranno. Molto spesso gli Stati membri accusano Bruxelles di lentezza o tortuosità: sull’immigrazione siamo in presenza del percorso inverso. È da maggio che i 28 governi non trovano l’accordo politico su queste proposte: se le avessimo adottate allora, forse avremmo evitato una serie di drammi. Spero che questo ora cambi».

I Paesi dell’ex blocco socialista, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca continuano a rifiutare ogni assunzione sia pure parziale di responsabilità nella crisi dei migranti. La cosiddetta «nuova Europa» ha un diverso codice genetico?

«Mi permetta di correggerla: questa è una crisi soprattutto di rifugiati, siriani, afgani, iracheni, eritrei. E ciò pone responsabilità precise alla comunità internazionale. Abbiamo vissuto gli anni della crisi economica sull’orlo della divisione, messi alla prova sulla capacità di resistere, andare avanti, rimanere uniti, tenendo fede alla vocazione del progetto europeo. In qualche modo, tra limiti e ritardi, abbiamo trovato la strada. Oggi la posta in gioco è cosa intendiamo per Unione. Oltre al dramma delle persone che perdono la vita, delle migliaia che si mettono in movimento, c’è quello di un’Europa chiamata a capire se i suoi principi di umanità e solidarietà siano ancora validi. Quando la ricca Europa discute e si lacera se accettare mille, 10 mila, 42 mila o 100 mila rifugiati, mentre la Turchia ne ha già 2 milioni, è chiaro che abbiamo un problema di prospettiva e identità. Questa crisi può aiutarci a venir fuori con una più forte visione di cosa voglia dire essere l’Ue».

Sul piano delle azioni esterne, lei ha annunciato il passaggio dalla fase di ricognizione delle reti criminali a quella della distruzione dei barconi nel Mediterraneo. Quando saremo pronti?

«Smantellare le reti dei trafficanti rimane parte importante della nostra azione. La prima fase dell’operazione navale Ue ha raggiunto in poche settimane gli obiettivi e ci ha permesso di salvare 1500 vite umane. Ora siamo pronti a contrastare direttamente le attività dei mercanti d’anime. Su questo siamo uniti. Ora spetta agli Stati membri fornire i mezzi navali militari necessari. Credo che entro due settimane saremo pronti ad agire in acque internazionali. Già nella prima fase in ben 16 occasioni avremmo potuto sequestrare le imbarcazioni e arrestare gli scafisti».

In Siria, il presidente francese Hollande si dice pronto a bombardare le postazioni dell’Isis. Cosa fa l’Unione?

«L’Ue è parte della coalizione anti Daesh. In questo caso abbiamo scelto di impegnarci non sul piano militare ma su altri terreni, soprattutto quello umanitario. In Iraq, Siria, Giordania e Turchia ci sono milioni di persone che hanno bisogno di assistenza. E su questo lavoriamo. Ma non è solo una questione umanitaria, il punto fondamentale del nostro impegno è l’attività diplomatica per la soluzione della crisi siriana».

La transizione politica prevede un ruolo per Assad?

«È impossibile pensare che Assad faccia parte del futuro della Siria. Ma è chiaro a tutti che una transizione sarà possibile solo trovando il modo di far parlare le parti e farle sedere attorno a un tavolo».