Trenta giorni in Europa
La newsletter di approfondimento
Articlo del 28-02-2011


Blogger del mondo arabo alla ribalta

di Pierdavid Pizzochero*

Mai come in questo periodo, in Egitto come in Tunisia, in Libia come in Algeria, il ruolo svolto dai blogger, che a loro rischio e pericolo hanno diffuso in Rete video, articoli e foto, è stato decisivo per comunicare in modo alternativo con una parte importante dell'opinione pubblica.

    Mai come in questo periodo, in Egitto come in Tunisia, in Libia come in Algeria, il ruolo svolto dai blogger, che a loro rischio e pericolo hanno diffuso in Rete video, articoli e foto, è stato decisivo per comunicare in modo alternativo con una parte importante dell'opinione pubblica. Gli attivisti online, spesso giovani e spesso donne, sono riusciti a denunciare e a documentare le violazioni dei diritti umani commesse dalle polizie dei regimi del Maghreb e del Mashrek. Per capire meglio il fenomeno-blogger, abbiamo intervistato Carolina Popolani, che in Egitto è andata per girare "Cairo Downtown", documentario sui blogger.

    Ci può tracciare un ritratto ideal-tipico del blogger egiziano?

    Non esiste un vero e proprio ritratto: c'è lo studente, l'operaio, l'ingegnere, la giornalista, il creatore di siti; c'è il laico, il copto, il fratello musulmano, il comunista, quello che scavalca il muro a Rafah... Quello che li accomuna, in ogni caso, è questa energia incredibile che li fa passare dal computer alla piazza, sfidando qualsiasi pericolo.

    In un Paese come l'Egitto, dove la libertà di informazione non è mai stata un diritto pienamente garantito, quanto rischiava un blogger nell'esercizio delle sue funzioni?

    In Egitto la questione della libertà di espressione è complessa. Mi riferisco a prima della caduta di Mubarak: non si può dire che non ci sia, soprattutto dopo aver letto Palazzo Yacoubian o Taxi. Ci sono editori indipendenti che pubblicano romanzi,  giornali o riviste in cui l'informazione è abbastanza libera e indipendente, molto lontana dalla stampa governativa o dalla TV di stato. Il motto comunque era “tu scrivi quello che vuoi, tanto noi faremo come ci pare”. Un limite, però, c'era: lo scritto non doveva incitare all'azione, altrimenti si aprivano subito le porte della prigione. Così è accaduto a molti blogger, che non si limitavano a stare davanti ad un computer, ma poi scendevano in piazza.

    Quali erano, prima che scoppiassero i moti di piazza che hanno obbligato Hosni Mubarak alle dimissioni, gli obiettivi polemici più ricorrenti nei blog?

    I blogger appartengono ad una generazione che ha vissuto sempre sotto il regime di Mubarak, ma forse attraverso la Rete hanno capito che anche per loro un altro mondo era possibile. La loro lotta si concentrava soprattutto contro le leggi di emergenza in vigore da trent'anni, che non avevano più ragione di esistere, ma che servivano a mantenere il potere del rais e uno stato di polizia che poteva abusare di chiunque. Quindi tutti lottavano contro la violazione dei diritti umani, poi ognuno di loro seguiva i problemi presenti nella realtà locale in cui si trovava: corruzione, abusi sessuali, licenziamenti, inquinamento. Il tutto con molta apprensione per un Paese ridotto ormai alla fame. Quello che li accomunava era il bisogno disperato di democrazia, erano disposti a pagare qualsiasi prezzo pur di raggiungerla. In questo modo sono diventati un movimento spontaneo e assolutamente trasversale. Questo li ha tenuti sempre molto uniti sia tra di loro che con il resto della popolazione che poi si è ribellata.

    In che modo i blogger sono riusciti a diventare una spina nel fianco del regime egiziano?

    Fin dall'inizio lo sono stati. La loro diffusione, iniziata verso la fine del 2004, ha colto il potere completamente impreparato. La polizia sentiva parlare di loro, ma spesso non sapeva neanche che cosa fosse un blog. Fino a quando non sono stati creati degli uffici speciali che dovevano monitorare la rete, ma riuscivano a fare ben poco. E intanto l'attivismo della rete proliferava. Pensavano che, arrestandone alcuni e torturandoli, avrebbero dato una lezione a tutti, ma questo non succedeva, anzi si rafforzava l'indignazione. Per esempio quando c'è stato lo sciopero del 6 aprile 2008 organizzato su Facebook, hanno arrestato i creatori del gruppo e uno di loro, Ahmed Maher, è stato torturato una notte intera. Volevano sapere quale fosse la password del gruppo, mentre lui invano spiegava loro che non esiste una password per un gruppo. C'è quella dell'accesso personale ma non del gruppo.

    Quanto incide il digital divide in Egitto? Quanti sono i cittadini egiziani che hanno accesso ad Internet? I blogger puntano a mobilitare più l'opinione pubblica interna o quella internazionale?

    In Egitto più di 15 milioni di persone navigano regolarmente su una popolazione di 80 milioni e un tasso di analfabetismo che si aggira intorno al 25 %. Non tutti hanno un computer in casa, tuttavia Internet è diffusissimo, ci sono moltissimi Internet Café e non esiste locale che non abbia la connessione wi-fi. Quindi i giovani hanno moltissime possibilità per stare in Rete.

    Per quanto riguarda invece l'obiettivo dei blogger, sono molto concentrati a muovere l'opinione pubblica interna, più che quella internazionale, anzi molti di loro cercano di non toccare affatto questioni di politica internazionale, anche quando si tratta dei "vicini"  come Israele e Palestina. Il loro obiettivo principale è cambiare il Paese, un Paese che amano profondamente. Questo non toglie che siano diventati famosi a livello internazionale e che vengano invitati in giro per il mondo per seminari e conferenze.

    Il suo "Cairo Downtown" si conclude con una folla impazzita che abbatte una gigantesca foto di Mubarak nel corso di una manifestazione. Un finale dal sapore quasi profetico. Lei avrebbe previsto una fine del regime in tempi così brevi?

    L'episodio che lei cita si riferisce allo sciopero generale del 6 aprile 2008. Quello sciopero secondo me può essere considerato la prova generale della rivolta iniziata il 25 gennaio 2011. In una città del nord, Mahalla, famosa per i suoi cotonifici dove lavorano decine di migliaia di operai, era stato indetto uno sciopero per protestare contro i salari bassi. I blogger, quando lo hanno saputo, hanno pensato di estendere lo sciopero a tutto il paese, sempre più stremato dalla fame, e lo hanno fatto tramite Facebook. Il risultato è stato incredibile perché l'adesione è stata massiccia, tanto che loro stessi si sono spaventati. In seguito a quello sciopero, è nato il movimento 6th of April Youth Movement, oggi molto attivo.

    Che cosa l'ha colpita di più nei blogger che ha conosciuto?

    Il loro coraggio. Non c'è niente che li possa fermare, hanno affrontato licenziamenti, minacce, prigione, torture e lo raccontano come se fossero andati a fare un viaggio. Non hanno paura di niente, e questa è una realtà talmente lontana da noi che mi riusciva difficile da immaginare. Per esempio, se a me qualcuno dicesse "cancella quello che hai scritto o modificalo, altrimenti perdi il tuo posto di lavoro", ci penserei a lungo prima di oppormi e mettere a rischio la mia famiglia. Loro no.