di Giampiero Gramaglia
I sostenitori più entusiasti dell’integrazione europea lamentano spesso la mancanza di una vera e propria politica estera comune e di una armonizzazione fiscale, specie ora che il mercato e la moneta sono unici. Il Trattato di Lisbona, in vigore dal 1.o dicembre, consente di sperare che, oltre settant’anni dopo l’idea dell’Unione, la prima lacuna possa essere presto colmata: il nuovo Trattato prevede, infatti, un vero e proprio ‘ministro degli esteri europeo’, anche se evita accuratamente di chiamarlo in modo così esplicito, e la nascita di una diplomazia europea, anche se camuffata burocraticamente sotto la dizione di Servizio europeo di azione esterna (Seae).
I capi di Stato e di governo dei 27 hanno scelto, come primo ‘ministro degli esteri’ europeo, Lady Ashton, al secolo Catherine Ashton, 53 anni, laburista, britannica, baronessa. La Ashton ha contemporaneamente tre ruoli: è responsabile per la politica estera e di sicurezza comune –il posto finora avuto da Javier Solana-, è vice-presidente della Commissione europea con la responsabilità delle relazioni esterne e presiede le riunioni del Consiglio dei ministri degli Esteri.
I compiti di Lady Ashton sono molteplici: deve partecipare a ogni sorta di riunioni interne ed esterne e deve gestire una serie di dossier impressionante. Le servirebbe un robusto filo istituzionale per districarsi –Arianna europea- nel labirinto delle competenze esterne dell’Unione europea (sicurezza, sviluppo, vicinato, allargamento, relazioni commerciali, etc.), spezzettate tra vari commissari e vari Consigli talora senza linee di demarcazione precise.
Invece, il Trattato è piuttosto vago: col tempo, si definiranno prassi
istituzionali, frutto dell’esperienza e, inevitabilmente, anche dei rapporti di
forza fra i protagonisti. Nella Commissione, la Ashton avrà dei vice di fatto,
se non di diritto –per il Trattato, i commissari sono tutti eguali fra di
loro-: in particolare, coordinerà il lavoro del lettone Andris Piebalgs, aiuti
allo sviluppo (e Piebalgs rappresenterà l’Esecutivo nel Consiglio Esteri); del
ceco Stefan Füle (allargamento e vicinato); e della bulgara Kristalina
Georgieva (aiuti umanitari e protezione civile).
Fra le priorità interne di Lady Ashton, c’è l’organizzazione del Servizio di azione esterna. Anche qui, il Trattato che istituisce il Seae non fa da ‘road map’: fornisce poche indicazioni e lascia spazio allo spirito d’iniziativa e alle capacità negoziali del ‘ministro degli esteri europeo’ e dei suoi collaboratori. Il documento prevede solo che il Seae comprenda funzionari provenienti in pari misura da Commissione e Consiglio e diplomatici dei Paesi membri.
Nel 2004/’05, dopo la firma della ‘Costituzione’ –poi abortita-, e di nuovo
nel 2007/’08 (prima del fallito referendum irlandese), Commissione e Consiglio
avevano discusso del Seae, lasciandogli una natura “sui generis”: il
nuovo Servizio dovrebbe essere distinto e separato dalle due Istituzioni
europee (e dotato di un proprio bilancio), ma nel contempo restare loro
‘equivicino’ – l’espressione è di Antonio Missiroli, direttore degli studi allo
European Policy Center di Bruxelles e autore di un articolo in merito su
AffarInternazionali, la rivista online dell’Istituto Affari Internazionali
-.
Nell’ottobre scorso, la presidenza di turno svedese del Consiglio dell’Ue ha
sintetizzato in un documento, che non ha valore vincolante, il consenso
raggiunto dai 27 su caratteristiche e organizzazione del nuovo Seae: è un punto
di partenza per le conclusioni che la Ashton deve preparare e presentare entro
aprile. La scadenza è ravvicinata e i tempi si sono fatti più serrati per il
ritardo con cui la Commissione è entrata in funzione, poiché il voto
d’investitura del Parlamento europeo è slittato da gennaio a febbraio.
Le questioni aperte sono numerose, ha detto Egidio Canciani, funzionario della Commissione europea, facendo il punto sulla nascita del Seae con un gruppo di giornalisti italiani. Canciani è capo unità aggiunto Coordinazione generale e Politica europea di vicinato alla Direzione generale Relazioni esterne.
Uno Steering Committee è al lavoro: èpresieduto dalla Ashton stessa e
comprende i segretari generali di Commissione e Consiglio (Catherine Day e
Pierre de Boissieu), i direttori dei rispettivi servizi giuridici e i direttori
generali della DG Relazioni esterne e della Pesc (Joao Vale de Almeida e Robert
Cooper). Il comitato sta redigendo una bozza da illustrare al Parlamento
europeo, che deve esprimere un parere, e da sottomettere al vaglio dei 27. E’
però possibile che, per rispettare la scadenza di aprile e per dare alla Ashton
uno staff, sia necessario stralciare dalla decisione gli aspetti riguardanti le
riforme del regolamento finanziario (linea di bilancio separata) e del
regolamento del personale (intricatissima), su cui l’Assemblea di
Strasburgo ha diritto di co-decisione.
In altre parole, si potrebbe adottare al più presto una decisione quadro che
crei il Seae e gli assegni un primo nucleo di funzionari ‘distaccati’ da
Consiglio, Commissione e ministeri nazionali, lasciando aperte le trattative
inter-istituzionali più complesse. Il documento di ottobre prevede una
costruzione in progress del Seae e l’opportunità di verifiche nel 2012 e
nel 2014.
Per ora, la taglia finale e la precisa natura giuridico-amministrativa del
Servizio restano indeterminate. E’ però probabile che esso comprenderà tutte le
delegazioni Ue nei Paesi terzi (oltre 120); che sarà guidato da una sorta di
segretario generale e che concentrerà i desks geografici attualmente
‘duplicati’ in Consiglio e Commissione (ma alcune DG potrebbero conservare le
task forces che si occupano di singoli Paesi in chiave commerciale, di
adesione o di vicinato); e che supporterà anche il lavoro di Herman van Rompuy,
presidente per due anni e mezzo del Consiglio europeo, in modo da evitare la
nascita di staff paralleli.
Resta poi da vedere quale sarà l’atteggiamento dei 27 verso la diplomazia europea e come sarà distribuita la provenienza dei diplomatici e dei funzionari nelle posizioni chiave. Foreign Office e Quai d’Orsay, Farnesina e Auswaertiges Amt e le altre diplomazie nazionali avranno un'ulteriore opportunità di confronto e d'incontro europei.
* L'opinione espressa è dell'autore e non necessariamente rispecchia quella della Commissione europea.

