di Giampiero Gramaglia*
C’è poco spazio per l’Europa, quasi nulla, nel discorso sullo stato dell’Unione che potrebbe essere stato l’ultimo del presidente Obama: in questa campagna, il Vecchio Continente, da dovunque lo si guardi, dalla Casa Bianca o dal campo degli sfidanti repubblicani, appare più un rischio di contagio che l’alleato su cui contare.
L’opposizione conservatrice s’impegna a non spenderci un soldo; e l’Amministrazione democratica teme l’onda di ritorno della ‘crisi del debito’: la linea è che l’Europa può farcela da sola, un attestato di fiducia, ma anche un cordone sanitario.
Il discorso sullo stato dell’Unione pronunciato il 24 gennaio da Barack Obama è stato, certamente, l’ultimo del suo primo mandato: il 6 novembre si vota; il 20 gennaio 2013 il vincitore presterà giuramento e s’insedierà. Ma il messaggio consegnato al Congresso riunito in sessione plenaria non ha avuto né il tono né la sostanza del testamento politico: non è stato un bilancio; al contrario, è stato un programma da realizzare di qui al 2016 con un piano per rilanciare un’America forte ed equa, l’economia e i posti di lavoro.
A giudizio della stampa americana e internazionale, il presidente è stato “combattivo” nel prendere l’impegno a ricostruire l’economia americana sulla base di regole identiche per tutti, ha detto, “dall’alto in basso”: quello, in realtà, che molti suoi elettori già s’aspettavano da lui. Per convincerli ad affidargli un secondo mandato, Obama prospetta una serie di misure per accelerare la crescita, finite sotto il tiro dei repubblicani ancor prima di essere concretizzate. Lo speaker della Camera John Boehner ha, infatti, bollato il discorso istituzionale come “un comizio da campagna elettorale”.
Vero, in parte. Ma questa è una campagna elettorale. L’obiettivo del presidente è di costruire un’economia che cresca e che duri, oltre i confini della crisi che, scoppiata nel 2008, ancora minaccia ricadute. E Obama, che indossa i panni del difensore della classe media, punta a realizzare “un’America dove ciascuno ha la sua opportunità, ciascuno dà il suo contributo e ciascuno rispetta le regole del gioco”.
Il discorso prende le mosse da una sorta di panoramica di politica estera. Ma invece di parlare dell’impegno dell’America nel Mondo, il presidente mette l’accendo sul disimpegno e la sicurezza: il ritiro dall’Iraq dell’ultimo soldato combattente statunitense, l’uccisione di Osama bin Laden, l’inizio –imminente- del ritiro dall’Afghanistan, parla dell’Iran e delle Primavere arabe, un poco della Cina –e quasi solo in termini di concorrenza, per di più sleale- e praticamente niente dell’Europa. Poi si concentra sui temi più attesi dal pubblico davanti alle tv: la ripresa e l’occupazione.
Obama ha in mente un’Unione dove “quelli che lavorano sodo ne ricevono il dividendo” e dove “chi si assume le proprie responsabilità è ricompensato”. E mette in mora l’opposizione, prendendo a modello i militari che “non sono divorati dall’ambizione personale” e “fanno lavoro di gruppo”: “Immaginate che cosa potremmo realizzare se seguissimo il loro esempio”, dice a deputati e senatori, mentre la stragrande maggioranza delle iniziative legislative dell’Amministrazione si sono insabbiate in Congresso da quando l’opposizione controlla la Camera. “Fin che sarò in carica, lavorerò con voi tutti”, ma “combatterò l’ostruzionismo con il dinamismo”.
L’alternativa è netta: “Possiamo accontentarci d’un paese dove un numero di persone sempre più basso se la cava bene , mentre un numero sempre più alto se se la cava appena. Oppure possiamo rimettere in piedi un’economia dove ciascuno ha la sua opportunità, dove ciascuno fa il suo dovere e tutti giocano con le stesse regole”. Oggi, la disoccupazione, pur in calo, è ancora all’8,5%, mentre, prima della crisi del 2008, era al 5%.
Il discorso sullo stato dell’Unione 2012 cadeva nel pieno della corsa alla nomination repubblicana per la Casa Bianca: poco prima che Obama parlasse, Mitt Romney, uno dei potenziali candidati –l’altro è Newt Gingrich-, aveva finalmente reso pubblica la sua dichiarazione dei redditi, lungamente reclamata dai democratici, e pure dai rivali di partito. S’è così saputo che il milionario mormone, ex governatore del Massachusetts, ha versato all'erario il 13,9% del reddito nel 2010 e il 15,4% nel 2011. In cifre assolute, Romney paga un sacco di soldi: circa 6,2 milioni di dollari su un reddito cumulato nel biennio di 45,2 milioni di dollari. In percentuale, però, paga meno della sua segretaria, perché la stragrande maggioranza delle sue entrate vengono da capital gains (un dono ai ricchi dell’Amministrazione Bush). Se il suo fosse un reddito da lavoro, allora sarebbe tassato con un'aliquota più che doppia, al 35.
Obama guadagna molto meno di Romney (1,73 milioni di dollari nel 2010, frutto soprattutto della vendita dei suoi libri), ma versa al fisco un aliquota di circa il 25%. E così il presidente vuole che, ad ascoltarlo, ci sia, fra i soliti invitati ‘eccellenti’ e ‘simbolici’, nel palco della fist lady Michelle, Debbie Bosanek, segretaria del miliardario Warren Buffett. Accanto, la vedova di Steve Jobs.
Buffett è l’autore di una proposta per aumentare le tasse sui ricchi che il presidente evoca di nuovo nel suo discorso, dopo averla più volte ricordata in giro per l’America. Buffett parte dal constatare che la sua imposizione è percentualmente più bassa di quella della sua segretaria e vuole correggere l’ingiustizia. A settembre, Obama presentò al Congresso la ‘Buffett Rule’, ma i repubblicani la bocciarono come un elemento di ‘lotta di classe’.
Ora, il presidente insiste per un riequilibrio della fiscalità, in modo che i ricchi diano un contributo percentualmente maggiore dei loro dipendenti alla riduzione del debito e al superamento della crisi: propone una riforma del fisco con un tasso d’imposizione minimo del 30% sui redditi milionari e una revisione dei codici che induca le imprese a produrre di più negli Usa e a delocalizzare di meno.
E’ possibile che i repubblicani continuino a non sentirci, da quest’orecchio. Ma, ad Obama, ora importa soprattutto che sentano gli elettori. Pronunciato il discorso sullo stato dell’Unione, parte subito per portare il suo messaggio in giro per l’America incerta, in ottica 6 novembre: e sceglie come banco di prova, Stati chiave delle prossime elezioni. All’Europa, quest’anno, avrà poco tempo da dedicare: il Vertice del G8 sarà a Chicago, quello della Nato pure. Ma non stiamo a lamentarci: noi non votiamo e, comunque, se votassimo, voteremmo Obama.
*L'opinione espressa è dell'autore e non necessariamente rispecchia quella della Commissione europea

