di Paolo Cacace*
Potrebbe apparire singolare, se non poco realistico, l'appello lanciato dal ministro degli Esteri Terzi di Sant'Agata dalle colonne di un quotidiano nazionale e successivamente in un'audizione parlamentare per un rilancio in grande stile della politica europea di sicurezza e di difesa comune. Dopo l'accordo tra i leader dell'Unione per una maggiore integrazione sulle politiche di bilancio - questo è in sintesi il ragionamento del titolare della Farnesina – bisogna aprire al più presto il capitolo della difesa comune.
Ricordando che proprio l'Italia è stato il paese a spingere per la nascita, nel dicembre scorso, di un centro di pianificazione militare operativo, a Bruxelles (per ora limitato alle operazioni nel Corno d'Africa), Terzi sollecita i partners ad imprimere una svolta nel settore dell'eurodifesa. Si tratterebbe – beninteso – di agire in modo complementare non competitivo con l'Alleanza Atlantica e soprattutto di muoversi nella logica di quell'obiettivo perseguito dai padri fondatori dell'Europa che puntarono sin dagli anni Cinquanta ad una Comunità europea di difesa e quindi ad uno strumento militare comune.
Pronunziate nel vortice di una bufera economico- finanziaria che investe l'area euro e tutti i gangli politico-istituzionali europei, le parole del nostro ministro degli Esteri possono sembrare intempestive. Invece contengono una buona dose di saggezza e di lungimiranza poiché è evidente che se i <Ventisette> vogliono trarre sino in fondo una lezione dalla crisi che sta mettendo a repentaglio la conquista storica della moneta unica devono voltare pagina e dare impulso ai due <pilastri> che finora sono stati carenti nella costruzione unitaria europea: quello politico e quello della difesa comune.
Non a caso, d'altra parte, un forte richiamo in tal senso figurava anche nel discorso rivolto nel settembre dello scorso anno dal presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, al Parlamento europeo allorché sottolineò che <se l'Europa vuole avere un peso internazionale e difendere gli interessi dei suoi cittadini, ha bisogno della dimensione politica e di quella della difesa>.
In verità, non si tratta di ripartire da zero poiché il trattato di Lisbona ha attribuito alla Commissione di Bruxelles e al Consiglio maggiori e più estese competenze per sviluppare una base industriale della difesa comune. E' stata costituita l'agenzia europea degli armamenti per creare un mercato europeo competitivo dei materiali di difesa. E lo stesso vicepresidente della Commissione, Antonio Tajani, ha preannunciato per quest'anno una serie di iniziative concrete per porre finalmente le basi di una politica industriale e tecnologica vera e propria nel settore della sicurezza, per superare l'attuale frammentazione del mercato e migliorare la competitività dell'industria bellica europea.
Ma non bisogna farsi soverchie illusioni. La situazione generale presenta non poche ombre e interrogativi anche perché la politica di sicurezza e di difesa dell'Unione s'intreccia a filo doppio con la politica estera comune. E malgrado qualche recente segnale incoraggiante (come l'embargo petrolifero concordemente deciso dai “Ventisette” nei confronti dell'Iran), nei diversi scacchieri mondiali l'Europa raramente è riuscita parlare con una voce sola. Le divergenze tra i vari paesi si sono accentuate quando sono entrati in gioco i massicci interessi economici e strategici legati all'industria degli armamenti. Si è visto, ad esempio, in occasione della crisi libica dove la Francia e la Gran Bretagna hanno assunto una posizione nettamente diversa rispetto a quella della Germania, al punto che qualcuno parla di un direttorio anglo-francese nel campo della difesa comparabile all'asse franco-tedesco sul versante economico-finanziario.
In realtà, ha ragione chi ricorda che nell'export militare i vari paesi europei si fanno una concorrenza spietata e devono fronteggiare la sfida di un'industria statunitense che può contare su un mercato di dimensioni triple rispetto a quello europeo. E – come se non bastasse – ciascun paese deve fare i conti con bilanci militari sempre più sotto pressione e ridimensionati per effetto della crisi finanziaria internazionale.
E' evidente, insomma, che soltanto se e quando i principali paesi europei decideranno d'imboccare la strada di una razionalizzazione ed una maggiore integrazione industriale nel campo degli armamenti si potrà procedere alla messa a punto di una più efficace politica di difesa comune. Ma non si tratta di un optional, bensì di un obiettivo fondamentale per il futuro dell'Unione. Sull'urgenza di questo salto di qualità non esistono dubbi perché un'Europa priva della <dimensione> difensiva – come quella della politica estera comune – sarebbe condannata fatalmente al declino e all'irrilevanza.
*L'opinione espressa è dell'autore e non necessariamente rispecchia quella della Commissione europea.

