di Sofia Bettiza*
Dopo nove anni di tortuose negoziazioni la Croazia ce l'ha fatta: dal primo luglio 2013, sarà il secondo stato della ex - Jugoslavia a diventare membro dell'Unione Europea.
La decisione é stata resa definitiva dal referendum tenutosi il 22 gennaio. Se ne é parlato poco, la notizia è stata oscurata dal disastro della Costa Concordia e dall'Italia declassata dall'agenzia di rating Fitch. Ma la settimana scorsa i croati sono stati chiamati a votare sulla ratifica dell'adesione all'Unione Europea, ed il risultato era prevedibile: due terzi dei cittadini si sono dichiarati a favore.
Il nuovo governo croato di centro-sinistra era esultante: il primo ministro Zoran Milanović, eletto appena sei settimane fa, si é espresso dicendo: “Questo é un gran giorno per la Croazia, ed il 2013 sarà una anno che passerà alla storia. Non vedo l'ora di fare dell'Europa la mia casa”. La vera delusione é stata la bassa affluenza alle urne, con un'astensione del 44%. Dei 400,000 croati che vivono all'estero, solo il 3 % ha votato.
Questo assenteismo non va letto come disinteresse, ma come perplessità nei confronti di un' Europa travagliata. Sarebbe infatti riduttivo suddividere i croati in pro Unione Europea o contro; piuttosto, aspettative e speranze europeiste sono oscurate da dubbi e incertezze.
I timori degli euroscettici possono essere sintetizzati da una frase pronunciata dal presidente croato Ivo Josipović per celebrare l'esito del referendum: “Oggi la Croazia entra in Europa, ma soprattutto l'Europa entra in Croazia”. Sono in molti infatti a sospettare che nel 2013 in Croazia si riverseranno migliaia di immigrati, proprio come accadde in Polonia, che non appena divenne membro dell'Ue fu invasa da oltre 60mila vietnamiti. Del resto, come biasimarli? La Croazia è una terra di un’estrema ricchezza culturale, naturale e culinaria.
Più di ogni altra cosa, i croati temono di dover rinunciare alla loro sovranità, ottenendo in cambio l'enorme apparato burocratico di Bruxelles. La cosa più difficile da accettare è la perdita dell’ indipendenza, conquistata a malapena diciotto anni fa e considerata un autentico tesoro nazionale. La prospettiva di dover nuovamente aderire a norme dettate da qualcun altro, seppur non dittatoriali come quelle sovietiche, è vista da molti come un passo indietro.
Nonostante ciò, il referendum é passato; persino la più euroscettica delle regioni croate, Dubrovnik-Neretva, si è dichiarata a favore dell’adesione. Non c'è stato entusiasmo, ma pacata razionalità. L'Unione Europea, ribadisce il primo ministro Milanović, “Non risolverà magicamente i nostri problemi da un giorno all'altro. Ma sicuramente ci aprirà le porte verso un futuro migliore”.
I cittadini croati, incerti sul da farsi, hanno dato retta a quello che si sentivano raccomandare da ogni dove. Tutti i partiti politici tranne uno appoggiano l'ingresso della Croazia nell'Unione. Il governo social-democratico attualmente in carica ha lanciato un'intensa campagna pro-Ue, il cui motto é che la Croazia appartiene già di fatto all'Europa “geograficamente, storicamente e culturalmente”. Anche la Chiesa cattolica si é pronunciata a favore, e persino il comandante militare Ante Gotovina, considerato da molti un eroe nazionale, ha fatto avere dall’Aia un messaggio ai suoi compatrioti esortandoli a votare “sì”.
Ed i benefici dell'Ue sono già evidenti. L'adeguamento della legislazione croata a quella europea, i risultati nella lotta alla corruzione confermati dalla ong Transparency International, le significative somme di denaro che la Croazia ha ricevuto grazie ai fondi pre-adesione (circa 150 milioni di euro l'anno sin dal 2007).
Soprattutto, molti croati sperano che i fondi dell'Ue e l'accesso al mercato unico riescano a risollevare la debole economia nazionale, afflitta da un debito pubblico di circa 19 miliardi di euro e da un tasso di disoccupazione pari al 17%.
A Bruxelles, i funzionari europei hanno accolto il risultato del referendum come un successo per l'intera regione balcanica. Difatti Serbia, Bosnia, Macedonia e Montenegro aspirano tutti a diventare un giorno membri dell'Ue, e la dichiarazione del presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz é stata emblematica: “L'esempio della Croazia manda un segnale di incoraggiamento a tutta l'ex - Jugoslavia: quando le riforme necessarie vengono attuate, l'Unione Europea risponde di conseguenza, e l'adesione é la ricompensa”.
Insomma, il referendum del 22 gennaio 2012 ha segnato l'ultima tappa di un percorso intrapreso ben nove anni fa: la Croazia deve aspettare il primo luglio 2013 per diventare a tutti gli effetti il ventottesimo stato membro dell'Unione Europea. Ma nel frattempo, il ministro Vesna Pusić siede già al tavolo del consiglio dei ministri degli Esteri dell'Ue a Bruxelles.Perché, come dice Milanović, entrando nell’Unione Europea la Croazia non ha nulla da perdere, e tutto da guadagnare.
*L'opinione espressa è dell'autore e non necessariamente rispecchia quella della Commissione europea.

