di Giampiero Gramaglia*
Impegnata a difendere l’euro e ad evitare ritorni di fiamma della crisi finanziaria, l’Unione europea potrebbe dare un giro di vite ai fondi speculativi entro l’estate, forse prima del G8 di Toronto di fine giugno. Nonostante la resistenza della Gran Bretagna, ora guidata dai conservatori euroscettici di David Cameron, i ministri delle finanze dei 27 hanno trovato, nei giorni scorsi, un accordo di massima su una direttiva in tal senso. Adesso, si apre un negoziato tra Consiglio e Parlamento, perché, quasi in contemporanea ai ministri, gli eurodeputati della commissione economica dell’Assemblea di Strasburgo hanno varato un proprio testo.
La stretta sui fondi speculativi, dagli ‘hedge fund’ ai ‘private equity’, è l’ultima tessera finora prevista del mosaico europeo delle misure prese per proteggere l’euro dagli attacchi della speculazione e per mettere la Grecia e gli altri Paesi deboli dell’eurozona al riparo dal rischio di fallimento.
Le notizie venute da Bruxelles, dopo il fine settimana di passione europea dell’8 e 9 maggio, sono buone: i leader dei Paesi dell'euro hanno finalmente capito che l'eccezionale gravità della crisi greca richiedeva una risposta eccezionale e hanno trovato un accordo, giusto in tempo –pare, ma i mercati restano altalenanti e l’euro rimane debole- per evitare al sistema finanziario un caos paragonabile a quello dell'autunno 2008.
E' un'Unione meno malata, ma non ancora più forte, quella uscita dall'intesa di Bruxelles per porre l'euro al riparo, salvare la Grecia ed evitare il contagio della speculazione ad altri Stati. Ed è un'Unione più povera, perché dubbi e tergiversazioni sono costati somme enormi a tutta l'eurozona. Su AffarInternazionali, rivista online dell’Istituto Affari Internazionali, Paolo Guerrieri, docente di economia dell’integrazione europea alla Sapienza, scrive: “C’è sicuramente da rallegrarsi del maxi-fondo di salvataggio varato dall’Eurogruppo e dall’Unione. E la decisione più importante riguarda la Bce”, che avrà la possibilità di acquistare titoli di Stato dei Paesi della Eurozona. “Ma i problemi del debito in Europa sono ancora tutti da definire: per risolverli, serve un’azione di risanamento e il rilancio della crescita. Si è guadagnato tempo, ma il rischio di nuove destabilizzazioni sui mercati resta elevato”.
Un documento della Commissione varato nella riunione del 12 maggio, la prima dopo il ‘week-end di passione’, recita: consapevole che “gli ultimi eventi hanno fatto emergere in modo netto l’interdipendenza degli Stati Ue e ne hanno mostrato la vulnerabilità”, l’Unione e i singoli Stati hanno preso “azioni coordinate e determinate”. Fra di esse, misure a breve termine per stabilizzare il settore finanziario, rivitalizzare l’economia e garantire che la Grecia sia solvibile e che l’Eurozona sia stabile. Ma c’è di più: la messa a punto di una visione di medio e lungo termine per avviare l’Europa sulla strada di una crescita intelligente, sostenibile e globale, così come previsto dal programma della Commissione ‘Europa 2020’.
E non basta: è l’ora di trarre una lezione su come l’Unione europea tratta le politiche economiche. La Commissione europea propone di rafforzare in modo determinato la governance economica Ue: l’obiettivo della comunicazione trasmessa al Consiglio e al Parlamento è di migliorare il funzionamento del Patto di Stabilità e di Crescita e di estendere la sorveglianza agli squilibri macro-economici. L’esecutivo suggerisce di allineare bilanci e programmazioni nazionali, creando un coordinamento europeo semestrale delle politiche economiche nazionali, così che i Paesi membri possano beneficiare di un tempestivo coordinamento a livello europeo, mentre preparano i loro bilanci e le loro riforme.
Inoltre, la Commissione giudica prioritario rendere pienamente operativo il meccanismo
di stabilizzazione deciso dal Consiglio dei ministri delle Finanze nella seduta straordinaria
del 9 maggio e intende, sulla scorta del funzionamento di tale meccanismo, fare proposte a medio-lungo termine per un meccanismo permanente di soluzione delle crisi.
Nel presentare le decisioni della Commissione, il presidente José Manuel Durao Barroso ha detto: “L’Europa ha gestito l’emergenza immediata. E ora la Commissione mette le basi per rinforzare la governance economica”. I tempi d’attuazione delle novità dovrebbero essere brevi: già nel 2011, si dovrebbe sperimentare il ‘semestre europeo’ di coordinamento economico.
La pressione a fare, e a fare in fretta, nasce dal fatto che, all’ora delle
crisi, le Istituzioni comunitarie si sono mostrate inadeguate e che i leader
europei sono usciti dal confronto parzialmente delegittimati, se non altro
perché hanno messo tanto, troppo tempo per rendersi conto che dovevano agire.
Ciò vale, in particolare, per il cancelliere tedesco Angela Merkel, battuta
proprio domenica 9 maggio, nelle elezioni regionali del Nord Reno / Westfalia,
dove ha perso la sua aurea d'invincibilità politica, dopo avere sacrificato a
quel test la sua leadership europea.
Se non galvanizza le Istituzioni dell'Unione e gli Stati, l'intesa raggiunta
non esalta neppure la Bce, la Banca centrale europea: il governatore
Jean-Claude Trichet ha dovuto accettare qualche ricetta non gradita. E
l’accordo non risolve, anzi neppure affronta, i problemi strutturali dell'Uem,
l’Unione economica e monetaria europea. In un suo editoriale dal titolo pesante
(Una terapia choc che non guarisce tutto), Le Monde li elencava così: assenza
di governance economica e di solidarietà budgetaria, scarti di competitività
fra i singoli Paesi, problemi di crescita e, dunque, di solvibilità a termine
degli Stati del Sud dell'Europa, fra cui l'Italia. « Il piano d'emergenza
-scrive il giornale francese- permetterà all'Ue di fare scendere la febbre, ma
non di guarire".
Per di più, il massiccio piano allestito, con la creazione di un fondo
d'intervento di 750 milioni di euro, l'azione coordinata della grandi banche
centrali e l'acquisto diretto di buoni di stato da parte della Bce, avalla in
fondo l'impressione che le pressioni speculative non solo contro la Grecia, ma
anche contro gli altri Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna) avevano
qualche fondamento perché quei Paesi sono davvero in qualche misura vulnerabili
e a rischio. E poi per finanziare il fondo d'intervento l'Eurozona ricorre a un
'mega-prestito': da una parte, dunque, piani di rigore severissimi anti-debito
(anche l’Italia si adegua, con una manovra); dall'altra, prestiti, cioè debiti,
a tutto spiano.
Gli imperativi della solidarietà, che la gravità della crisi economica e
sociale, non solo greca, dovrebbero esaltare, s'intrecciano con le leggi del
liberismo. Mario Monti, che deve fare proposte sul completamento del mercato
unico all'Esecutivo comunitario ed é nel gruppo dei saggi riunito intorno
all'ex premier spagnolo Felipe Gonzales, predica « più concorrenza ».
Ma bisognerebbe pure metterci più Europa. E, invece, l’accordo di governo fra
conservatori e liberal-democratici, dopo le elezioni politiche britanniche del
6 maggio, lascia intravvedere una Gran Bretagna dall'europeismo ancora più
tiepido di quello dei laburisti di Gordon Brown, anche se Nick Clegg attenua un
po' l' 'euro-cinismo' di Cameron.
Quasi per assurdo, chi esce più europeo da questa vicenda è il presidente
americano Barack Obama, che ha esercitato a più riprese e su più fronti
pressioni perché i leader europei trovassero un'intesa e spegnessero l'incendio
che rischiava di estendersi. Obama s'è dichiarato « molto
preoccupato » davanti a « una minaccia seria »: le telefonate
alla Merkel e al presidente francese Nicolas Sarkozy sono state più efficaci
dei colloqui bilaterali fra i 'tentenna' europei.
* L'opinione espressa è dell'autore e non necessariamente rispecchia quella della Commissione europea.

