Articlo del 23-04-2010
L'Europa e il nucleare

di Giampiero Gramaglia*

Un trittico nucleare, con l’America di Obama a farla da protagonista e la Russia di Medvedev e pure la Cina di Hu a tenerle bordone. E l’Europa? L’Unione sta al passo del disarmo, ma è un ‘quilt’ di situazioni e interessi nazionali diversi: fra i 27, ci sono Paesi che sono potenze nucleari –Gran Bretagna e Francia-, che ospitano sul proprio territorio armi nucleari tattiche Usa – Italia, Germania, Belgio, Olanda, Turchia-, che sono o non sono nell’Alleanza atlantica.

    Il 2010 si profila come un “anno importante” per il disarmo e la non proliferazione nucleare, dice l’ambasciatore Carlo Trezza, il diplomatico italiano che presiede il comitato consultivo dell’Onu per il disarmo. Due atti del trittico nucleare si sono già consumati: la firma a Praga, l’8 aprile, del nuovo Trattato Start fra Usa e Russia, per la riduzione da 2200 a 1550 per parte delle ogive nucleari con un tetto di 800 vettori; e il Vertice mondiale sulla sicurezza nucleare, a Washington il 12 e 13 aprile, presenti i leader di 47 Paesi, più Onu, Ue e Aiea, ospiti di Barack Obama al più importante consesso internazionale mai riunitosi alla Casa Bianca dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

    Il terzo atto sarà, alla metà di maggio, a New York, la conferenza di riesame del Tnp, il Trattato di non proliferazione, che limita la diffusione dell’arma atomica al di là del club delle cinque potenze nucleari tradizionali, che poi sono i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu con diritto di veto (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina). Il Trattato non ha però impedito che Paesi che non vi hanno aderito si dotassero della bomba, come hanno fatto India, Pakistan, Sud Africa (che vi ha poi rinunciato) e Corea del Nord e, in modo non palese, Israele, mentre l’Iran, che è nel Tnp, sta acquisendo la tecnologia necessaria.

    Il nuovo Start - Con la firma del nuovo Start, Praga, per la seconda in soli due anni, è stata la capitale e il fulcro della sicurezza internazionale: l’anno scorso, sempre in primavera, Obama, alla prima missione europea da presidente degli Stati Uniti, aveva lanciato, proprio da Praga, sede di un Vertice Ue-Usa, la sua visione di un mondo senza atomica e aveva additato la stella polare dell’opzione zero. Un’utopia, che lui stesso non pensa di vedere realizzata durante la sua vita, ma che gli eventi di questa primavera 2001 avvicinano e sembrano quasi rendere possibile.

    L’approccio graduale, dei “piccoli passi”, fin qui seguito è condiviso dall’Unione europea, nonostante l’Ue sia, nuclearmente parlando, “una entità eterogenea”. A Praga, Obama e il russo  Dmitri Medvedev parlano all’unisono di “evento storico” e affermano un po’ ritualmente che “ora il mondo è più sicuro”.Vero, ma, anche ad accordi attuati, gli arsenali nucleari strategici rimanenti americani e russi resteranno largamente sufficienti ad assicurare una dozzina di volte il reciproco annientamento e la distruzione del Pianeta.

    Il Vertice di Washington - Dal Vertice di Washington sono venute “misure concrete” contro quella che i leader considerano la più grave minaccia alla sicurezza planetaria, il terrorismo nucleare: “I rischi sono aumentati, occorre agire”, ha detto il presidente statunitense. L’obiettivo è mettere al sicuro entro quattro anni gli ordigni che rischiano di finire in mano a organizzazioni come al Qaida e tutti i quantitativi conosciuti di uranio altamente arricchito e di plutonio: si tratta d’impedirne furti, traffici illeciti, trasferimenti (ve ne sono nel mondo quantità sufficienti a produrre 120mila bombe nucleari: 55 kg d’uranio adeguatamente arricchito bastano a fare  un’atomica artigianale). Inoltre, l’Ucraina eliminerà le scorte nucleari entro 12 anni, altri Paesi hanno preso impegni precisi.

    Certo, non tutti i problemi sono stati affrontati al Vertice di Washington: i leader non hanno parlato di materiale radioattivo e di ‘bomba sporca’ e si sono dati appuntamento a Seul nel 2012: potrebbe esserci anche la Corea del Nord, se, intanto, rinuncerà all’atomica; mentre l’Iran, pure non invitato alla riunione, resta una spina nel fianco della sicurezza nucleare e della coesione internazionale.

    Le atomiche in Europa - Se Obama vuole un mondo senza l’atomica, cinque Paesi europei Nato

    –Germania, Norvegia, Belgio, Olanda e Lussemburgo- vogliono un’Europa senza armi nucleari tattiche Usa. Il dibattito è intenso, verso la definizione di un nuovo concetto strategico atlantico: si discute sul valore delle armi nucleari tattiche in Europa come strumento di deterrenza, o come pegno del patto d’alleanza atlantico, sulla opportunità di rimuoverle o la necessità d’ammodernarle.

    L’Italia, che pure ospita bombe nelle basi di Aviano in Friuli e di Ghedi nel Bresciano, per ora non vi partecipa, al pari della Turchia. Natalino Ronzitti, docente di diritto internazionale alla Luiss, consigliere scientifico dello IAI, ipotizza che “il governo di Roma non voglia scoprire le carte prima che la questione sia stata trattata e concordata con gli alleati”. Ma così facendo riduce la possibilità di influire sull’esito del dibattito.

    Il passo di Cinque tocca –osserva Stefano Silvestri, presidente dello IAI- un tema sensibile della strategia alleata, quello della dissuasione nucleare e delle ultime garanzie americane a difesa dell’Europa, ed è quindi parte del dibattito sulla definizione di un nuovo concetto strategico Nato. E la mossa dei Cinque imbarazza Londra e Parigi, perché in un’Europa senza atomiche tattiche Usa e in marcia verso l’ ‘opzione zero’, anche le ogive britanniche e francesi perderebbero legittimità.

    Le argomentazioni non sono di poco conto: le circa 200 ogive atomiche americane ancora presenti sul territorio europeo, tutte aviotrasportate, hanno una bassa validità operativa e possono addirittura costituire più una debolezza che un punto di forza, per la loro altissima vulnerabilità, in un conflitto con un avversario tecnologicamente avanzato. Ma gli esperti non avallano la rinuncia unilaterale a un’intera classe d’armamenti e preferirebbero procedere con riduzioni bilanciate da una parte e dall’altra: Silvestri, ad esempio, s’interroga sull’opportunità, nelle circostanze attuali, di lasciare “anche solo un due di briscola”, senza avere adeguate alternative né contropartite.

    L’Est e l’Ovest – Quello tra chi ha la bomba, in proprio o in affitto, e chi non ce l’ha non è l’unico spartiacque nucleare militare europeo. La scelta di Praga per la firma del nuovo Start riflette pure l’attenzione e la sensibilita’ di Usa e Russia per l’Europa centrale e orientale. Ne e’ prova l’invito ai leader dell’area a essere testimoni dell’intesa russo-americana: tutti soddisfatti, almeno di esserci.

    L’ex Europa comunista resta terreno di frizione tra Washington e Mosca, ad esempio nella vicenda dello scudo anti-missile assicurato dagli Usa ai nuovi alleati, anche perché tutti i Paesi del Blocco che non facevano parte dell’ex Urss più i tre Baltici sono ormai da tempo nella Nato e nell’Ue e molti di essi hanno fatto una scelta di campo americana prima ancora che europea e hanno come riferimento più Washington che Bruxelles.

    L’insicurezza nucleare (e non solo) persistente è avvertita in modo particolare proprio dagli Stati che si sentono ancora cuscinetto fra un tradizionale territorio d’influenza americano, l’Europa occidentale, e l’ex Urss. E’ per questo che Mark Brzezinski, un esperto americano, figlio dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski, e Wess Mitchell, presidente d’un ‘think tank’ di Washington, il Center for European Policy Analysis, hanno scritto per il New York Times che gli Stati Uniti devono fare crescere i loro legami con l’Europa centrale, in parallelo al riuscito ‘reset’ dei rapporti con la Russia.

    Nell’ottica di Brzezinski, che è d’origine polacca, e  di Mitchell, gli Stasti Uniti ridurrebbero, così, le preoccupazioni di quei Paesi perche’ i centro-europei, “collocati tra due massicci geo-politici, hanno imparato a preoccuparsi quando le grandi potenze se l’intendono”: una lezione di Yalta, certo, ma anche una costante nei secoli, quando a fare da contraltare a Mosca c’erano Parigi o Vienna o Londra o Berlino. Il discorso dei due analisti trova echi a Washington e in alcune capitali est-europee, ma non può piacere a Bruxelles e nelle capitali della Vecchia Europa, perchè ignora,  o mortifica, l’esistenza e il ruolo dell’Unione europea.

    * L'opinione espressa è dell'autore e non rispecchia necessariamente la posizione della Commissione europea.