di Giampiero Gramaglia*
Per l’Unione europea, la primavera 2010 è stata tesa e rischiosa: la crisi della Grecia e poi la debolezza dell’euro hanno addirittura risvegliato –nelle tavole rotonde fra navigati ambasciatori- il dibattito, che pareva definitivamente accantonato, sulla reversibilità dell’Unione. Ma, dopo vertici di crisi a raffica, c’è finalmente stato a metà giugno un Consiglio europeo sulla crisi nei tempi giusti della diplomazia internazionale e senza drammatiche accelerazioni. E l’Ue dei 27 ne è uscita bene: ‘ricompattata’, dopo una stagione di divisioni e di polemiche, e unita sulla linea comune da portare ai G8 e G20 canadesi del 25/27 giugno: rigore e maggiori controlli sulle banche, per le quali è l’ora dei conti dopo la fase dei salvataggi.
Se i Grandi del Mondo ci stanno, bene; se no, “andiamo avanti da soli”, hanno affermato, quasi all’unisono, dopo il Consiglio del 17 giugno, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, riconciliati dopo gli screzi sulla manovra tedesca. E l’esordiente premier britannico ed euro-tiepidissimo David Cameron, s’è presentato ribadendo “l’impegno europeo” del Regno Unito, senza rinunciare alla difesa “dei propri interessi nazionali e delle proprie linee rosse”.
Al doppio Vertice mondiale G8/G20, che segna l’apice degli appuntamenti diplomatici multilaterali di metà anno, i leader europei e il presidente cinese Hu Jintao si sono presentati con i compiti fatti: gli uni con la casa a posto, tutta rigore e conti in ordine; l’altro con lo yuan che di nuovo fluttua rispetto al dollaro. Invece, il presidente statunitense Barack Obama c’è arrivato da anitra zoppa, anzi come un pellicano con le ali inzaccherate di petrolio e di fango: il petrolio della marea nera e il fango delle battute volgari del generale McChrystal, il comandante insubordinato –rimosso e sostituito- delle truppe Usa e Nato in Afghanistan.
Dai consulti canadesi, emerge la priorità a rafforzare l’economia, consolidare la ripresa, darle sostanza anche sul piano occupazione: l’impegno a contenere il debito e la linea del rigore e dell’austerità non devono frenare la crescita e la riforma della finanza deve andare avanti. L’Ue condivide: ha appena varato la sua strategia 2020 per la crescita negli Anni Dieci del XXI Secolo e s’è dotata di verifiche sulle banche severe. Il presidente della Commissione europea José Manuel Durao Barroso parla di “rivoluzione silenziosa” ed annuncia entro luglio i risultati degli ‘stress test’ su 25 istituti creditizi europei.
Di approfondimento dell’integrazione, il Consiglio europeo non ha avuto né tempo né modo d’occuparsi, anche per evitare di mettere a nudo le divisioni. Ma le conclusioni contengono ugualmente qualche apertura interessante: “Rafforzare il coordinamento delle politiche economiche costituisce una priorità fondamentale e urgente”, dopo che “la crisi ha fatto emergere chiare lacune nella nostra governance economica, specie per la sorveglianza di bilancio e, più in generale, quella macroeconomica”. L’obiettivo del governo economico della zona euro, cioè il completamento con l’Unione monetaria all’Unione economica, voluto soprattutto da Parigi, non emerge esplicitamente, ma resta, per il momento, ‘incapsulato’ nel generico “rafforzare il coordinamento”.
Non era, forse, né l’ora né il momento di parlarne: a Bruxelles, i leader dei 27 si sono presentati come a una sorta di concorso di virtuosità, vantando ciascuno il rigore delle misure prese per battere la crisi, contenere i deficit e rafforzare l’euro. “La mia manovra è più austera della tua” è stato lo slogan di successo al Carosello dell’Unione che tira la cinghia.
Il Vertice di metà giugno ha segnato, di fatto, la fine del semestre di presidenza di turno spagnola del Consiglio dell’Ue: il primo luglio, José Luis Zapatero passerà le consegne al nuovo premier belga, ammesso che, dopo il voto del 13 giugno, un nuovo governo sia già stato formato. Per ora, re Alberto ha affidato l’incarico esplorativo al leader ‘secessionista’ fiammingo Bart De Wever, che potrebbe, però, consegnare il mandato di premier al socialista vallone Elio Di Rupo. Impossibile, però, che i negoziati vadano in porto in tempi brevi, dopo che le elezioni politiche hanno ulteriormente frantumato un quadro politico nazionale belga già sconnesso: incontrando Barroso, De Wever ha ipotizzato il nuovo esecutivo non prima di ottobre. Ed è difficile immaginarsi che, nonostante la sua indubbia vocazione europeista, un Belgio che cammina lungo il crinale della separazione fra valloni e fiamminghi possa farsi tedoforo dell’approfondimento dell’integrazione.
Il bilancio della presidenza di turno spagnola è al di sotto delle attese e delle ambizioni. Il compito del governo di Madrid è stato reso molto più complicato dall’esplosione del ‘caso Grecia’ e dal fatto che la Spagna sia stata fra i Paesi più direttamente minacciati dalla crisi dell’euro e, in particolare, dal ‘contagio greco’. Inoltre, Madrid ha sperimentato la ‘coabitazione’ della presidenza ‘rotante’ con le nuove figure istituzionali introdotte dal Trattato di Lisbona: il presidente ‘stabile’ del Consiglio europeo, il belga Van Rompuy, la cui figura e il cui peso sono cresciuti in questo mese, soprattutto in forza dell’azione di mediazione fra i 27 sulla risposta alla crisi economico/finanziaria, e il ‘ministro degli esteri’ europeo, la britannica lady Ashton, forse più impegnata nella gestazione del nuovo Seae (il Servizio europeo di azione esterna) che dalla gestione degli affari correnti della diplomazia internazionale.
Il lancio del Seae non era maturo al Vertice di giugno, perché l’accordo di massima già delineatosi fra le istituzioni doveva ancora essere formalizzato da un voto del Parlamento europeo, che non ci sarà prima di settembre. Ma, nel frattempo, molti dei punti in discussione sono stati chiariti. Un’ipotesi che adesso piace, per il simbolismo della coincidenza, è quella di lanciare il Servizio, che dovrebbe disporre a pieni ranghi di 6/700 persone, il primo dicembre, a un anno esatto dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona; ma, forse, si potrà fare prima.
Sul tavolo dei capi di Stato o di Governo dei 27, c’erano pure a Bruxelles documenti sui temi caldi dell’attualità internazionale, dal Medio Oriente, dopo il cruento blitz di Israele il 31 maggio contro un convoglio di attivisti filo-palestinesi diretto a Gaza, ai rapporti con l’Iran, dopo che il 10 giugno l’Onu ha varato nuove sanzioni. Le misure dell’Ue contro il regime di Teheran saranno più dure di quelle delle Nazioni Unite e i singoli Stati potranno pure andare oltre, colpendo gas e petrolio. Altre decisioni spicciole: il sì dei leader ai negoziati di adesione dell’Islanda, in corsia di sorpasso rispetto a tutti gli altri candidati – possiamo fare 29 nel 2012, forse anche con la Croazia -, e all’adesione dell’Estonia all’euro - faremo 17 il 1° gennaio 2011.
* L'opinione espressa è dell'autore e non necessariamente rispecchia quella della Commissione europea.

