di Paolo Cacace*
L'idea ha fatto da sfondo anche al vertice a tre svoltosi a Tokyo alla fine di aprile 2010 fra il primo ministro giapponese Yukio Hatoyama, il presidente dell'Ue Herman Van Rompuy e il presidente della Commissione, Josè Manuel Barroso. Il nuovo premier nipponico, uscito vincitore dalle elezioni del settembre scorso, vuole imprimere una svolta alla politica del suo paese, favorendo tra l'altro la nascita di una Comunità dell'Asia orientale, che ricalchi in qualche modo il modello dell'Unione europea.
Beninteso, si tratta di un progetto ambizioso, ancora sulla carta, le cui possibilità concrete di realizzazione sono tutte da verificare. Ma Hatoyama ha ribadito agli ospiti europei che il suo governo intende perseguirlo con ogni mezzo, anche perchè esso si colloca nel contesto di una revisione profonda degli interessi geo-strategici del Giappone, fin qui condizionati in modo esclusivo dall'alleanza post-bellica con gli Stati Uniti e ora rimessi in discussione dal riassetto economico dell'intera regione con la crescente presenza del gigante cinese.
Insomma, per evitare il rischio di un'inesorabile marginalizzazione l'impero del Sol Levante deve cambiare registro, uscire dal suo tradizionale isolamento e aprire una nuova e più feconda fase nei rapporti con i vicini paesi asiatici, a cominciare dalla Cina.
Di qui una nuova dottrina panasiatica enunciata dal premier del Partito democratico, definito forse con qualche approssimazione l'”Obama giapponese”, il cui obiettivo non è solo quello di d'intensificare la collaborazione economica con i vicini in uno spirito di rinnovata fiducia, ma di superare storici steccati e quindi di approdare, nell'arco di un trentennio, alla creazione di una Comunità dell'Asia orientale.
Il nucleo del progetto nipponico è costituito dall '”Asean Plus 3” (i dieci Paesi Asean più Giappone, Cina e Corea del Sud) il cui primo passo dovrebbe essere quello della trasformazione dell'”Asean allargato” entro il 2015 da forum di discussione multilaterale a comunità economica con una moneta unica asiatica.
Il Giappone conta di poter condividere questa lungimirante iniziativa con la Cina, sua storica rivale di tanti conflitti nel corso dei secoli; allo stesso modo con cui la Francia e la Germania, all'indomani della seconda guerra mondiale, riuscirono a mettere da parte i contrasti e ad avviare i progetti di costruzione della Comunità europea.
Hatoyama si è richiamato in varie occasioni alla “lezione” dei padri fondatori dell'Europa e ad esempio nell'incontro con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo scorso settembre a Tokyo, citò addirittura il pensiero del conte Coudenhove Kalergi, teorico precursore dell'unificazione europea.
Questa visione è stata ripresa – come si è detto – anche nel recente summit Ue-Giappone, suscitando l'incoraggiamento immediato e convinto di Barroso e di Van Rompuy anche se nessuno ignora le difficoltà e le incognite di un'impresa del genere che anzitutto deve fare i conti con le intenzioni e gli obiettivi di una potenza come quella cinese che potrebbe perseguire ambizioni egemomiche nell'area asiatica, senza condividirne la leadership regionale con il Giappone.
Certo è che per Tokyo è il momento di drastiche scelte per il futuro. Quel miracolo di efficienza, di ordine, che si respira per le strade dell'intero paese, rendendolo un “unicum” straordinario a livello planetario (reso possibile anche da una politica di piena occupazione), rischia di logorarsi sotto il peso di una crisi economica sempre più pesante e coinvolgente. Servono nuovi mercati, nuove spinte all'integrazione. E in questo contesto si colloca, peraltro, l'obiettivo molto più concreto e realizzabile perseguito dal premier Hatoyama d'imprimere un'accelerazione ai rapporti con i paesi dell'Unione europea grazie anche alle nuove occasioni offerte dal trattato di Lisbona. L'interscambio Ue-Giappone lo scorso anno ha segnato profondo rosso sia nell'import che nell'export. Occorre un rilancio immediato, la ripresa degli investimenti con nuovi accordi tariffari. Con i due principali esponenti delle istituzioni comunitarie sono stati definiti passi e agenda per rimuovere gli ostacoli; con l'impegno a verificarne l'attuazione e – ove possibile – un'ulteriore spinta in un altro summit in programma l'anno prossimo a Bruxelles.
* L'opinione espressa è dell'autore e non necessariamente rispecchia quella della Commissione europea.

