Le 12 Stelle

n. 152 del 24 marzo 2010


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L'Europa vista dai giovani

L'UE non salva il Sud Italia

Le attuali sembianze dell’UE deporrebbero a favore di uno sviluppo del Mezzogiorno. La Strategia 2020 conferisce un ruolo centrale alle Regioni: non sono più considerate entità pubbliche intermediarie o subcontraenti, ma interlocutori diretti e attori di rilievo, con certa “voce in capitolo” nella formazione delle politiche. I provvedimenti per fronteggiare la crisi si presentano rapidi e generosi: l’ultima delle soluzioni approvate dal Consiglio UE è un sistema di microcrediti, in collaborazione con la BEI, con finanziamenti singoli a partire da 25.000 euro. E le microimprese, che peraltro rappresentano il 91°% del business europeo, sono ancora il polmone economico del Sud Italia. Altri schemi di utilizzo flessibile dei cd Fondi Strutturali sostengono l’imprenditorialità in condizioni svantaggiate, offrendo assistenza tecnica in fasi delicate, come quella dello start up.

Difficile, però, pensare al successo di queste azioni, quando buona parte dei potenziali imprenditori meridionali non sa ancora cosa sia la BEI, né riceve input dagli intermediari finanziari o dalle autorità locali. Crediamo che difficilmente si verificheranno svolte significative soprattutto laddove nel 2008 si deteneva il primato nazionale di frode e irregolarità nell’utilizzo di fondi strutturali europei (Sicilia e Calabria). Al Sud un altissimo numero di imprese nasce e muore nell’ arco di tempo necessario ad incassare i contributi UE. Più spesso che mai le autorità pubbliche locali sembrano “non esercitare sufficiente controllo”. Quando effettivamente impiegati, poi, la gran parte dei fondi UE alimenta un‘imprenditorialità malata, apparentemente legale, benché decisamente competitiva (piccoli monopoli alimentati dal lavoro nero): “la criminalità è impresa”, come si legge nelle Tesi di Confindustria sul Mezzogiorno, presentate al convegno del 19 febbraio 2010 a Bari. Stime riportate sempre da Confindustria attestano che il giro d’affari della sola ‘ndrangheta è pari a 44 miliardi di euro, pari al 2, 9 %del PIL italiano, e rappresenta la somma della ricchezza nazionale prodotta da due Paesi UE: Estonia (13, 2 miliardi di euro) e Lituania (30, 4 miliardi).  Un buco nero nel bilancio UE.

"L’impegno per la legalità è la prima azione per lo sviluppo industriale": non avrebbe senso, altrimenti, parlare di semplificazione delle procedure amministrative, di maggiore coordinamento nell’utilizzo dei fondi comunitari, o di meccanismi a favore del credito d’imposta, in luogo di finanziamenti a fondo perduto. Il problema veramente grave, ci viene sistematicamente ricordato, è che la criminalità organizzata è capace di estendere il suo raggio d’azione fino alle più alte sfere del controllo politico, per il tramite di un sistema di consensi fondato sul beneficio, molto simile a quello del sistema feudale. Recenti vicende suggeriscono la possibilità, affatto remota, di una scalata della criminalità organizzata fino ad una delle più importanti Istituzioni comunitarie: il Parlamento. L’UE sia consapevole non solo del fatto che le mafie sono un problema europeo, da isolare e contrastare in una dimensione internazionale, ma che sarebbe il caso di farlo con la stessa velocità con cui il problema cresce. Il 25 febbraio di quest’anno un europarlamentare siciliano ha chiesto la formazione di una Commissione temporanea, che si occupi esclusivamente di lotta alla criminalità organizzata. Sarebbe una presa di coscienza utile. E si perfezionerebbe anche l'impegno della Commissione europea, peraltro effettivo "nei limiti del possibile", quale quello attuale di promuovere entro il 2013 la sorveglianza di determinate aree industriali del Mezzogiorno, la trasparenza delle gare pubbliche, la lotta alla contraffazione e la gestione dei beni confiscati.

Giuliana Gerace

 

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