L'Europa vista dai giovani
L'UE non salva il Sud Italia
Le attuali sembianze dell’UE deporrebbero a favore di uno sviluppo del
Mezzogiorno. La Strategia 2020 conferisce un ruolo centrale alle Regioni: non
sono più considerate entità pubbliche intermediarie o subcontraenti, ma
interlocutori diretti e attori di rilievo, con certa “voce in capitolo” nella
formazione delle politiche. I provvedimenti per fronteggiare la crisi si
presentano rapidi e generosi: l’ultima delle soluzioni approvate dal Consiglio
UE è un sistema di microcrediti, in collaborazione con la BEI, con
finanziamenti singoli a partire da 25.000 euro. E le microimprese, che peraltro
rappresentano il 91°% del business europeo, sono ancora il polmone economico
del Sud Italia. Altri schemi di utilizzo flessibile dei cd Fondi Strutturali
sostengono l’imprenditorialità in condizioni svantaggiate, offrendo assistenza
tecnica in fasi delicate, come quella dello start up.
Difficile, però, pensare al successo di queste azioni, quando buona parte
dei potenziali imprenditori meridionali non sa ancora cosa sia la BEI, né
riceve input dagli intermediari finanziari o dalle autorità locali. Crediamo
che difficilmente si verificheranno svolte significative soprattutto laddove
nel 2008 si deteneva il primato nazionale di frode e irregolarità nell’utilizzo
di fondi strutturali europei (Sicilia e Calabria). Al Sud un altissimo numero
di imprese nasce e muore nell’ arco di tempo necessario ad incassare i
contributi UE. Più spesso che mai le autorità pubbliche locali sembrano “non
esercitare sufficiente controllo”. Quando effettivamente impiegati, poi, la
gran parte dei fondi UE alimenta un‘imprenditorialità malata, apparentemente
legale, benché decisamente competitiva (piccoli monopoli alimentati dal lavoro
nero): “la criminalità è impresa”, come si legge nelle Tesi di Confindustria
sul Mezzogiorno, presentate al convegno del 19 febbraio 2010 a Bari. Stime
riportate sempre da Confindustria attestano che il giro d’affari della sola
‘ndrangheta è pari a 44 miliardi di euro, pari al 2, 9 %del PIL italiano, e
rappresenta la somma della ricchezza nazionale prodotta da due Paesi UE:
Estonia (13, 2 miliardi di euro) e Lituania (30, 4 miliardi). Un buco
nero nel bilancio UE.
"L’impegno per la legalità è la prima azione per lo sviluppo
industriale": non avrebbe senso, altrimenti, parlare di semplificazione
delle procedure amministrative, di maggiore coordinamento nell’utilizzo dei
fondi comunitari, o di meccanismi a favore del credito d’imposta, in luogo di
finanziamenti a fondo perduto. Il problema veramente grave, ci viene
sistematicamente ricordato, è che la criminalità organizzata è capace di
estendere il suo raggio d’azione fino alle più alte sfere del controllo
politico, per il tramite di un sistema di consensi fondato sul beneficio, molto
simile a quello del sistema feudale. Recenti vicende suggeriscono la
possibilità, affatto remota, di una scalata della criminalità organizzata fino
ad una delle più importanti Istituzioni comunitarie: il Parlamento. L’UE sia
consapevole non solo del fatto che le mafie sono un problema europeo, da
isolare e contrastare in una dimensione internazionale, ma che sarebbe il caso
di farlo con la stessa velocità con cui il problema cresce. Il 25 febbraio di
quest’anno un europarlamentare siciliano ha chiesto la formazione di una
Commissione temporanea, che si occupi esclusivamente di lotta alla criminalità
organizzata. Sarebbe una presa di coscienza utile. E si perfezionerebbe anche
l'impegno della Commissione europea, peraltro effettivo "nei limiti del
possibile", quale quello attuale di promuovere entro il 2013 la
sorveglianza di determinate aree industriali del Mezzogiorno, la trasparenza
delle gare pubbliche, la lotta alla contraffazione e la gestione dei beni
confiscati.
Giuliana Gerace
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