L'Europa vista dai giovani
Ma questa Europa saprà ancora emozionare?
“Un plebiscito di ogni giorno”. Questa la formula con cui, a metà dell’800,
Ernest Renan definiva il concetto di nazione. Secondo il grande storico
francese le nuove entità politiche avrebbe potuto crescere e consolidarsi solo
grazie alla costante partecipazione emotiva dei loro cittadini. Chiamati ad
un’adesione collettiva, entusiastica, perfino irrazionale.
Certo, non dai plebisciti popolari nacquero gli stati nazionali. L'Italia,
la Germania, persino la Francia furono piuttosto il prodotto degli ideali, o
semplicemente dei calcoli strategici, di ristrette élite politiche. Ciò non
toglie però che, dell’adesione collettiva ed emozionale evocata da Renan, i
nuovi stati ebbero da subito bisogno. Per dei regimi democratici o in via di
democratizzazione essa era il solo strumento per ottenere legittimità.
Per questo la politica dovette impegnarsi nella difficile costruzione di una
memoria e di un'identità comuni, laddove esse erano del tutto assenti. Processo
lento e difficile, sempre precario, fatto più di abitudini quotidiane che di
norme legislative. Ma processo al quale la classe dirigente riuscì in certa
misura a contribuire, raccogliendo i cittadini in una narrazione condivisa
fatta di nomi, date, monumenti o, perché no, visioni del futuro.
Ma quel "plebiscito quotidiano" non è meno importante per le
democrazie contemporanee. L'exploit elettorale di Obama ne è un esempio.
La chiave del suo successo è stata proprio la capacità di risvegliare il
"sogno americano", nel ridare ai suoi elettori una visione di se stessi
e del loro paese con cui immedesimarsi, di cui sentirsi orgogliosi.
E' questa considerazione che, fatte le debite proporzioni, ci spinge a
riflettere sull'Europa. Qual è il livello di adesione dei cittadini del Vecchio
Continente al progetto europeo, quanta la loro fiducia nelle istituzioni
comunitarie?
Il dato sul numero di votanti alle elezioni per il Parlamento Europeo ci
offre risposte sconfortanti. Nel 1979, anno delle prime consultazioni, andarono
alle urne il 62% degli aventi diritto; lo scorso aprile solo il 43%. Negli
ultimi 15 anni il calo è stato addirittura vertiginoso: si è passati dal 57%
del 1994 al 43% del 2009.
Indicazioni ancor più interessanti si ottengono scomponendo questo dato. Ci
sembra di poter così individuare alcuni trend fondamentali tra i paesi
dell'Unione.
Il primo riguarda i membri di più recente adesione, in gran parte usciti
dalle macerie del Patto di Varsavia. Nel loro caso le percentuali di votanti
sono estremamente basse. Questi i numeri del 2009: 27% in Romania, 28% in
Slovenia, 24% in Polonia, 36% in Bulgaria, 28% in Repubblica Ceca, 19% (nel
2004 era 16%!) in Slovacchia. Livelli di astensione sconfortanti, a cui va
aggiunto il crescente peso che in quest'area possiedono partiti nazionalistici
ed euroscettici.
Il secondo trend da considerare è quello inglese. Nel Regno Unito la
percentuale di votanti è rimasta sempre costante, ma ampiamente sotto la media:
dal 32% del 1979 al 35% del 2009. Insomma, oggi come allora, ai cittadini di
Sua Maestà, chiusi nel loro (non più tanto) splendido isolamento, non è mai
importato molto di Bruxelles.
Ma è l'ultimo gruppo di dati a stimolare le riflessioni più pessimistiche.
Parliamo di alcuni tra i membri fondatori: l'Italia e ancor più la Francia e la
Germania, i due estremi dell'asse che da sempre ha deciso, nel bene e nel male,
le sorti dell'Europa. Nel 2009 sulle due sponde del Reno meno della metà degli
aventi diritto ha votato: 43% in Germania e 40% in Francia. Per entrambe un
calo di più di 20 punti rispetto ai dati del 1979.
Insomma, nessun plebiscito per l'Europa. Al contrario, una grande
disaffezione. Sentimento prodotto da una serie infinita di fattori, locali e
globali, ma tra i quali uno in particolare ci sembra importante. Le istituzioni
comunitarie faticano terribilmente a comunicare con i loro cittadini, a
trasmettere loro un'idea di Europa nella quale essi si possano riconoscere, che
li possa coinvolgere ed emozionare. Questo, ci sembra, per un duplice ordine di
ragioni, connesse ma distinte.
Il primo è formale. Per essere efficace nella nostra società mediatica un
messaggio politico deve avere caratteristiche ben precise. Deve essere diretto,
essenziale, icastico, continuamente ripetuto. Soprattutto, deve essere
incarnato da personalità riconoscibili e di grande carisma. Se l'Europa non
gode di buona stampa presso molti degli stati membri è anche perché i suoi
messaggi mancano di tutte, o quasi, queste caratteristiche.
Il secondo è sostanziale. Cosa vuole comunicare l'Europa? Quale è il suo
sogno, il suo grande progetto politico? Ci sono stati periodi della storia
recente, ad esempio il 1989, in cui l'Europa sembrava a tutti gli effetti un
destino, l'unico possibile. Oggi che questa impressione è svanita c'è bisogno
che qualcuno torni a raccontarci chi siamo e dove desideriamo andare.
Qualcuno lo deve fare, ma chi? Questa è forse la vera questione.
L'impressione è, infatti, che solo una rinnovata leadership politica,
autenticamente europea, possa colmare queste lacune di forma e di sostanza. Da
questo punto di vista il Trattato di Lisbona non ha finora dato risposte
convincenti. Nè il Presidente Van Rompuy nè l'Alto rappresentante Ashton
sembrano possedere le qualità carismatiche, ma soprattutto l'autonomia dagli
Stati membri, i loro "grandi elettori", necessarie per sparigliare il
gioco a somma zero degli equilibri istituzionali. Da dove arriverà, se
arriverà, un Obama europeo? Nella risposta a questa domanda si gioca gran parte
del futuro del nostro continente.
Filippo Santelli
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