Le 12 Stelle

n. 151 del 17 marzo 2010


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L'Europa vista dai giovani

Ma questa Europa saprà ancora emozionare?

“Un plebiscito di ogni giorno”. Questa la formula con cui, a metà dell’800, Ernest Renan definiva il concetto di nazione. Secondo il grande storico francese le nuove entità politiche avrebbe potuto crescere e consolidarsi solo grazie alla costante partecipazione emotiva dei loro cittadini. Chiamati ad un’adesione collettiva, entusiastica, perfino irrazionale.

Certo, non dai plebisciti popolari nacquero gli stati nazionali. L'Italia, la Germania, persino la Francia furono piuttosto il prodotto degli ideali, o semplicemente dei calcoli strategici, di ristrette élite politiche. Ciò non toglie però che, dell’adesione collettiva ed emozionale evocata da Renan, i nuovi stati ebbero da subito bisogno. Per dei regimi democratici o in via di democratizzazione essa era il solo strumento per ottenere legittimità.

Per questo la politica dovette impegnarsi nella difficile costruzione di una memoria e di un'identità comuni, laddove esse erano del tutto assenti. Processo lento e difficile, sempre precario, fatto più di abitudini quotidiane che di norme legislative. Ma processo al quale la classe dirigente riuscì in certa misura a contribuire, raccogliendo i cittadini in una narrazione condivisa fatta di nomi, date, monumenti o, perché no, visioni del futuro.

Ma quel "plebiscito quotidiano" non è meno importante per le democrazie contemporanee. L'exploit elettorale di Obama ne è un esempio. La chiave del suo successo è stata proprio la capacità di risvegliare il "sogno americano", nel ridare ai suoi elettori una visione di se stessi e del loro paese con cui immedesimarsi, di cui sentirsi orgogliosi.

E' questa considerazione che, fatte le debite proporzioni, ci spinge a riflettere sull'Europa. Qual è il livello di adesione dei cittadini del Vecchio Continente al progetto europeo, quanta la loro fiducia nelle istituzioni comunitarie?

Il dato sul numero di votanti alle elezioni per il Parlamento Europeo ci offre risposte sconfortanti. Nel 1979, anno delle prime consultazioni, andarono alle urne il 62% degli aventi diritto; lo scorso aprile solo il 43%. Negli ultimi 15 anni il calo è stato addirittura vertiginoso: si è passati dal 57% del 1994 al 43% del 2009.

Indicazioni ancor più interessanti si ottengono scomponendo questo dato. Ci sembra di poter così individuare alcuni trend fondamentali tra i paesi dell'Unione.

Il primo riguarda i membri di più recente adesione, in gran parte usciti dalle macerie del Patto di Varsavia. Nel loro caso le percentuali di votanti sono estremamente basse. Questi i numeri del 2009: 27% in Romania, 28% in Slovenia, 24% in Polonia, 36% in Bulgaria, 28% in Repubblica Ceca, 19% (nel 2004 era 16%!) in Slovacchia. Livelli di astensione sconfortanti, a cui va aggiunto il crescente peso che in quest'area possiedono partiti nazionalistici ed euroscettici.

Il secondo trend da considerare è quello inglese. Nel Regno Unito la percentuale di votanti è rimasta sempre costante, ma ampiamente sotto la media: dal 32% del 1979 al 35% del 2009. Insomma, oggi come allora, ai cittadini di Sua Maestà, chiusi nel loro (non più tanto) splendido isolamento, non è mai importato molto di Bruxelles.

Ma è l'ultimo gruppo di dati a stimolare le riflessioni più pessimistiche. Parliamo di alcuni tra i membri fondatori: l'Italia e ancor più la Francia e la Germania, i due estremi dell'asse che da sempre ha deciso, nel bene e nel male, le sorti dell'Europa. Nel 2009 sulle due sponde del Reno meno della metà degli aventi diritto ha votato: 43% in Germania e 40% in Francia. Per entrambe un calo di più di 20 punti rispetto ai dati del 1979.

Insomma, nessun plebiscito per l'Europa. Al contrario, una grande disaffezione. Sentimento prodotto da una serie infinita di fattori, locali e globali, ma tra i quali uno in particolare ci sembra importante. Le istituzioni comunitarie faticano terribilmente a comunicare con i loro cittadini, a trasmettere loro un'idea di Europa nella quale essi si possano riconoscere, che li possa coinvolgere ed emozionare. Questo, ci sembra, per un duplice ordine di ragioni, connesse ma distinte.

Il primo è formale. Per essere efficace nella nostra società mediatica un messaggio politico deve avere caratteristiche ben precise. Deve essere diretto, essenziale, icastico, continuamente ripetuto. Soprattutto, deve essere incarnato da personalità riconoscibili e di grande carisma. Se l'Europa non gode di buona stampa presso molti degli stati membri è anche perché i suoi messaggi mancano di tutte, o quasi, queste caratteristiche.

Il secondo è sostanziale. Cosa vuole comunicare l'Europa? Quale è il suo sogno, il suo grande progetto politico? Ci sono stati periodi della storia recente, ad esempio il 1989, in cui l'Europa sembrava a tutti gli effetti un destino, l'unico possibile. Oggi che questa impressione è svanita c'è bisogno che qualcuno torni a raccontarci chi siamo e dove desideriamo andare.

Qualcuno lo deve fare, ma chi? Questa è forse la vera questione. L'impressione è, infatti, che solo una rinnovata leadership politica, autenticamente europea, possa colmare queste lacune di forma e di sostanza. Da questo punto di vista il Trattato di Lisbona non ha finora dato risposte convincenti. Nè il Presidente Van Rompuy nè l'Alto rappresentante Ashton sembrano possedere le qualità carismatiche, ma soprattutto l'autonomia dagli Stati membri, i loro "grandi elettori", necessarie per sparigliare il gioco a somma zero degli equilibri istituzionali. Da dove arriverà, se arriverà, un Obama europeo? Nella risposta a questa domanda si gioca gran parte del futuro del nostro continente.

Filippo Santelli

 

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