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Dalle recenti stime di diverse associazioni di consumatori, che prevedono un aggravio di ben 1200 euro a famiglia per la spesa energetica, alle proteste di pescatori e di autotrasportatori in Italia e all’estero, l’attuale situazione del settore energetico mondiale appare, a dir poco, preoccupante. I timori di tutti hanno trovato sfogo nelle parole del ministro giapponese dell’Economia, Akira Amari, il quale, all’ultimo vertice G8, ha espresso il timore, oggi ancora più reale, di una recessione dovuta alla crescita esorbitante dei prezzi delle materie prime, specie degli idrocarburi.
Indipendentemente dalle cause che lo hanno alimentato, il caropetrolio sta dominando la scena politica ed economica mondiale, ed è stato al centro dei lavori del G8 in Giappone sull’energia, cui hanno partecipato anche Cina e India. In quell’occasione è stata ribadita la forte preoccupazione per i livelli raggiunti dal greggio e definita una partnership internazionale per ottimizzare i consumi e l’efficienza energetica. I Paesi del G8, insieme a Cina, India e Corea del Sud, hanno invitato i Paesi produttori di petrolio ad aumentare gli investimenti per fare in modo che l’offerta sia idonea a far fronte al rialzo della domanda. La richiesta è stata espressa in un comunicato congiunto diffuso al termine della riunione di Aomori, nel quale si sottolinea anche come i Paesi consumatori debbano “massimizzare gli investimenti nella propria produzione di energia”.
Qualcuno ha definito quella dell’energia la questione centrale del XXI secolo. Tale affermazione, che ha sicuramente del vero, è forse un po’ riduttiva: si tratta infatti di trovare risposte che garantiscano non solo lo sviluppo economico ma anche la nostra stessa sopravvivenza.
Orbene, l’Europa non giunge impreparata a questa sfida cruciale. Tutti, infatti, riconoscono l’enorme contributo che l’Unione europea ha portato al dibattito mondiale grazie al coinvolgimento della società civile, ai meccanismi democratici e alla consapevolezza della portata delle proprie scelte che caratterizzano le istituzioni e il modus operandi dell’UE. Essendo sprovvista di risorse naturali sufficienti, l’UE si sta invece dotando di mezzi e strumenti politici per superare la dipendenza da fonti e approvvigionamenti tradizionali, ma soprattutto per ridurre il proprio consumo energetico in modo tale da rispondere con determinazione ed efficacia alle sfide ambientali che incombono sul nostro pianeta.
Dagli ambiziosi obiettivi fissati nella primavera del 2007 dal Consiglio europeo, molto è stato fatto. La Commissione ha presentato tre pacchetti legislativi contenenti proposte concrete che vanno dalla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, al potenziamento della produzione energetica da fonti rinnovabili, alla riduzione delle emissioni di gas nocivi, alla liberalizzazione dei mercati di gas ed energia elettrica. Proprio in questi ultimi ambiti sono da salutare con favore i recenti importanti progressi: quello in sede di Consiglio sulla separazione funzionale delle reti di produzione e distribuzione, ma anche l’accordo tra Germania e Francia sull’abbassamento dei quantitativi di CO2 che le nostre automobili rilasciano quotidianamente nell’atmosfera.
L’Agenzia internazionale per l’energia ha ipotizzato – stima ottimistica ma non impossibile – una riduzione del 27 per cento della dipendenza globale dal petrolio da qui al 2050. Per arrivare a questo obiettivo serve però concretezza e risolutezza. Quella dell’Unione europea sta già producendo risultati. Tra le novità più attese del G8 di Aomori vi è stato l’annuncio che entro il 2010 saranno pronti 20 impianti dimostrativi per la cattura e lo stoccaggio del carbonio, gas alla base del riscaldamento del pianeta. Un’idea, quest’ultima, su cui la Commissione sta già lavorando da tempo. Inoltre, il governo giapponese ha annunciato di voler lanciare un piano di riduzione delle emissioni basato su quote preventivamente assegnate – un meccanismo questo molto simile all'Emissiontrading system (ETS).
Ma, oltre ad esercitare la sua leadership sulla scena mondiale, l’Unione europea fa anche lavoro di moral suasion al proprio interno. In primis, attraverso le pressioni esercitate con la politica di concorrenza sui grandi operatori del mercato energetico. Non a caso, pochi giorni fa si è appreso che il gigante tedesco RWE sta per cedere la propria rete di distribuzione di gas.
Da un punto di vista strettamente politico i prossimi mesi saranno decisivi. È già in corso il dibattito presso le commissioni competenti del Parlamento europeo, mentre il prossimo Consiglio europeo del 19-20 giugno dovrà dire la sua pesante parola. Ma l’impegno non è solo ed esclusivamente delle istituzioni. È infatti inimmaginabile l’impatto che potrebbe avere il contributo di 500 milioni di cittadini europei, soprattutto se consapevoli dei benefici dell’azione comune in questo settore. Occorre dunque rafforzare ulteriormente il sostegno da parte dei cittadini, facendo leva sui notevoli vantaggi in termini di salute e risparmio che derivano da una politica energetica europea. Lo sanno gli italiani, lo sanno i francesi, lo sanno gli inglesi, i tedeschi, i polacchi ed i romeni. Lo sanno e lo devono dimostrare anche gli irlandesi che proprio oggi, con il loro voto al referendum sul Trattato di Lisbona, potranno dare una mano decisiva alla creazione di una politica energetica davvero europea.
Approfondimenti:
Le novità nel mercato dell’energia elettrica e del gas
Fonti rinnovabili di energia
Il nuovo pacchetto su energia e clima
Link utili:
Sito della DG Energia e Trasporti
Il terzo pacchetto legislativo della Commissione
Sito del summit del G8 in Giappone
Sito dell’Agenzia internazionale per l’energia
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