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Da quando sono vicepresidente della Commissione europea, ossia da poco più
di due anni, cerco, quando possibile, di esprimermi nelle occasioni ufficiali
nella mia lingua madre, la lingua di Dante. Oggi però, poiché mi trovo nella
sede principale dell'Istituto Cervantes, mi esprimerò nella lingua che si parla
"in una terra della Mancia che non voglio ricordarecome si
chiami".
Come potete facilmente immaginare, l'agenda di un vicepresidente della
Commissione europea che si occupa, tra l'altro, d'industria, impresa, turismo e
spazio, è molto carica. Tutte le settimane sono invitato a intervenire in
decine di incontri in tutta Europa ma, devo ammettere che mi lusinga
molto partecipare a quello di oggi. Prima di dedicarmi alla politica sono
stato giornalista: il giornalismo ce l'ho nel sangue. Ci sono politici
che evitano i giornalisti, non è il mio caso: mi sento a mio agio qui tra
voi. Come politico cerco sempre di mettermi nei panni del giornalista che
mi ascolta e agevolargli il compito il più possibile perché so perfettamente
che una buona iniziativa politica, comunicata male, perde molta della propria
forza.
Non voglio parlare del presente. Mi hanno invitato a questo incontro europeo
per parlare del futuro dei mezzi di comunicazione. Per questo motivo vi
comunicherò, nel tempo a mia disposizione, alcune idee molto personali di un ex
giornalista che ora fa politica in Europa, che spero vi aiuteranno nelle vostre
riflessioni.
Il primo messaggio è che, a mio parere, dovremmo tutti leggere di più la
stampa, vedere di più la televisione e ascoltare di più la radio di altri paesi
europei, oltre al nostro.
So che i giornalisti sono curiosi e vogliono sapere che cosa faccio tutte le
mattine a Bruxelles, prima di iniziare il mio programma ufficiale: vi rispondo
che dedico almeno mezz'ora a leggere la stampa nelle lingue che conosco,
italiano, francese, inglese e spagnolo. La ricchezza che scopro consiste nel
fatto che la stessa notizia è trattata con sfumature diverse a seconda se si
leggono i giornali e di un paese o di un altro. A lettura ultimata si è in
migliori condizioni per valutare ed esaminare l'attualità con maggiore
obiettività.
Consentitemi di citare alcune cifre per illustrare il mio messaggio:
- secondo un Eurobarometro di alcuni anni fa, il 97.6% degli europei guarda
la televisione. Quello che gli europei guardano di più sono i telegiornali e i
programmi d'attualità, seguiti dai film, dai documentari e poi dallo sport.
- lo stesso Eurobarometro segnala che quasi il 60% degli europei ascolta la
radio tutti i giorni e quello che si ascolta di più, per ordine, è la musica,
le notizie, i programmi di attualità e in seguito lo sport.
- quasi la metà degli europei (il 46%) legge la stampa tutti i giorni e più
del 60% di loro legge una rivista almeno una volta al mese.
Tenendo conto che nell'Unione europea siamo quasi 500 milioni di cittadini,
le cifre che vi ho appena comunicato sono abbastanza confortanti. Tuttavia, se
poi si analizzano queste cifre globali e si vuol sapere quanta televisione,
radio e stampa "non nazionale" si ascolti e si legga negli Stati membri
dell'Unione europea, le cose si complicano. Innanzitutto, l'informazione
disponibile è scarsa e, inoltre, quando l'informazione esiste, si costata che
in alcuni paesi (specialmente quelli grandi), la parte della stampa straniera
rispetto a quella nazionale è molto ridotta.
Ad esempio, ho i dati su tutti i giornali che sono stati venduti in Francia
nel 2008: indicano che il 99% era costituito da stampa nazionale e l'1% da
stampa straniera. Inoltre è difficile trovare dati affidabili rispetto
all'audience delle televisioni straniere in confronto ai canali
nazionali. Invece è risaputo che soltanto il 7% degli europei guarda
regolarmente la televisione di altri paesi. Questo avviene soprattutto nei
paesi che condividono la lingua (Germania con Austria; Belgio con Francia e
Olanda) e sappiamo anche che, secondo le statistiche, i quattro paesi dove si
guardano meno le televisioni straniere sono la Grecia, l'Italia, la Spagna e il
Regno Unito. All'altro estremo, nel Lussemburgo e a Malta, i due paesi dove si
guarda di più la televisione straniera, la conoscenza delle lingue è molto
superiore alla media.
Sicuramente, la conoscenza delle lingue straniere svolge un ruolo molto
importante al riguardo. Rimane però il fatto che secondo l'Eurobarometro
del febbraio 2006, il 56% dei cittadini europei può partecipare a una
conversazione in una lingua che non è la sua madrelingua. In concreto, questo
significa che più della metà degli europei potrebbe perfettamente acquistare
giornali, guardare la televisione o ascoltare la radio di altri paesi che non
il proprio, ma, in realtà, gli europei che lo fanno sono una minoranza. C'è
dunque un problema che riguarda le lingue, ma non è soltanto un problema di
lingue.
Perché v'invito a riflettere su questa realtà? Non perché voglio che
vendiate più giornali o che otteniate maggiori spettatori fuori dai vostri
paesi (cosa che mi farebbe comunque piacere!). È perché ritengo che sarebbe
positivo per l'Europa, per costituire un'opinione pubblica europea, una
"sfera pubblica europea", come ha dichiarato la Commissione
nell'ottobre 2007 quando ha presentato il suo testo "Insiemeper comunicare
l’Europa".
Il mio secondo messaggio è che credo che voi giornalisti dovreste
collaborare di più a livello europeo.
Quando si legge la stampa nazionale, si guardano i telegiornali o si ascolta
la radio del proprio paese, le notizie sono presentate spesso in chiave
nazionale: fin qui tutto normale, però molti dei problemi che affrontiamo
nella nostra società non sono soltanto nazionali, sono questioni anche europee,
come l'invecchiamento della popolazione, la sicurezza alimentare, i cambiamenti
climatici o l'immigrazione. Tali problemi vengono presentati di rado in un
contesto transnazionale, benché le numerose difficoltà concrete che i
cittadini devono fronteggiare possano essere risolte soltanto a livello
europeo.
Mi piace molto quando leggo articoli di fondo o interviste a
personalità politiche europee che sono pubblicate contemporaneamente su vari
giornali europei. Mi rallegra vedere politici stranieri intervistati dalle
televisioni o dalle radio di altri paesi, anche se questo dovrebbe succedere
con maggior frequenza.
E non è tutto: quando ho proposto di pubblicare articoli in vari giornali
contemporaneamente su temi che interessano obiettivamente gli europei come, ad
esempio, sul nostro lavoro per promuovere le automobili pulite, non è stato
facile. Alla fine, è più semplice pubblicare in ogni paese separatamente: la
prima reazione del giornalista dinanzi ad una proposta di pubblicare un
articolo in vari organi di stampa europei, è, in genere, che vuole l'esclusiva
e non gradisce l'idea di condividere uno stesso argomento con i colleghi
europei. Forse, anziché allo "scoop" nazionale potremmo cominciare a
pensare allo "scoop" europeo.
V'invito anche a riflettere su questo perché, a parer mio, non è il
miglior atteggiamento per il giornalismo.
Nel mio lavoro di commissario per l'Industria e l'imprenditoria, posso
assicurarvi che gli imprenditori europei sono abituati a farsi concorrenza, ma
anche collaborare tra di loro. Guardate: il presidente della più grande
compagnia aerea europea Lufthansa, non è tedesco, è austriaco. Il presidente
della British Airways non è inglese, è irlandese. Anche nel calcio, a volte gli
allenatori delle principali squadre europee o anche nazionali, non sono della
stessa nazionalità della loro squadra. Lo stesso succede con i calciatori.
La mia impressione è che il mondo del giornalismo sia rimasto un po' al
margine di questa "europeizzazione". Credo che sarebbe auspicabile che
fosse più presente la cultura della collaborazione europea tra giornalisti,
come esiste, molto naturalmente in altri ambiti della vita europea.
Il terzo argomento che volevo condividere con voi, è che esiste un problema
di fiducia dei cittadini verso la stampa in Europa che è opportuno
analizzare.
Quando ho raccolto il materiale per preparare questo intervento, una delle
cifre che mi hanno maggiormente sorpreso nell'Eurobarometro dell'autunno 2007,
è che soltanto il 44% dei cittadini europei è disposto a fidarsi della
stampa.
So che la settimana scorsa a Cadice c'è stato il congresso della Federazione
internazionale dei giornalisti. Condivido molto di quanto riporta la relazione
scritta dal segretario generale della Federazione, sopratutto che il
giornalismo deve essere un bene pubblico.
Non ho la bacchetta magica con la soluzione della questione che è
particolarmente complessa. Posso però dirvi qualcosa che da Bruxelles si vede
molto meglio che dalle altre capitali: credo che dobbiate prestare maggior
attenzione al nesso tra il contenuto e i titoli.
Troppo spesso sento dire dai miei colleghi, e anch'io lo dico per le materie
di cui mi occupo, che "l'articolo su tale argomento è valido come
contenuto, ma il titolo lo rovina completamente". Tenendo conto che
nella società in cui viviamo molta gente legge soltanto i titoli, se
l'obiettivo principale è quello di attrarre audience il risultato è che
il giornalismo di qualità va perso.
Lo dice la relazione del segretario generale della Federazione
internazionale di giornalisti a cui mi riferivo poco fa: il dibattito sul
futuro del giornalismo deve privilegiare la qualità, non il profitto. Sono
totalmente d'accordo. Quando leggo un buon articolo che è rovinato da un titolo
che cerca a tutti i costi di richiamare l'attenzione del lettore, credo, come
diciamo in Italia che "vi stiate dando la zappa sui piedi".
Un'ultima questione, che vorrei brevemente affrontare con voi,
riguarda precisamente il mondo della stampa a Bruxelles.
A mio parere, la doppia crisi, economica globale, e di modello d'impresa, in
particolare (sfida di Internet, gratuità dell'informazione generica), può
condurre i mezzi di comunicazione tradizionali a cadere in due tentazioni molto
nocive per l'Europa e per il futuro del progetto europeo:
1) la "frivolizzazione" dell'informazione o il
sensazionalismo, come ricerca disperata dall'audience;
2) il ripiego nazionalistico o euroscettico, che critica l'Europa in quanto
distante, incomprensibile o poco democratica.
Queste due tentazioni stanno comparendo poco a poco anche nei paesi
tradizionalmente più favorevoli all'integrazione europea.
Io ritengo, invece, che il ruolo dell'Europa si giochi anche nel campo della
comunicazione: quando si dice che l'Europa deve contare di più nel mondo
aggiungerei che i media europei dovrebbero anch'essi contare di più nel
mondo.
Richiamo la vostra attenzione sul fatto che, da qualche anno a questa parte,
diminuisce il numero di corrispondenti a Bruxelles. L'Associazione
internazionale della stampa ha appena adottato una risoluzione che denuncia
questo fatto.
Credo che dimenticarsi dell'Europa sia un errore. L'Europa non è la creatura
di alcuni tecnocrati che si trovano al palazzo Berlaymont o all'edificio Justus
Lipsius. L'Europa è, invece, come recita il preambolo del Trattato di Lisbona,
un progetto che desidera"intensificare la solidarietà tra i suoi popoli
rispettandone la storia, la cultura e le tradizioni ".
Le nuove tecnologie danno accesso a una parte dell'informazione: attraverso
Internet ed il servizio "Europa by Satellite" (EbS), si può seguire in
diretta la maggioranza degli eventi principali che si svolgono a Bruxelles. Il
futuro della stampa passerà anche dall'uso dell'iPod, iPhone e iPad. Ogni
giornalista europeo deve essere sensibile all'agenda europea e cercare di
seguir da vicino le attività dell'Unione per vedere come si traducono
nella vita quotidiana dei cittadini. Credo che questo sia più necessario che
mai, tanto più quando stiamo vivendo una crisi senza precedenti nel nostro
continente.
Ma l'Europa non è soltanto Bruxelles.
Più di otto europei su dieci ritengono importante essere informati sulle
questioni europee. Sette su dieci desiderano saperne di più sui loro diritti
come cittadini. Circa due terzi degli europei considerano che l'informazione
disponibile sull'Unione europea sia utile e interessante, ma quasi lo
stesso numero la considera insufficiente.
Mi piacerebbe inoltre che trattaste la politica europea come trattate quella
nazionale, perché è risaputo che una gran parte dell'attività parlamentare
nazionale è dovuta al recepimento del diritto comunitario.
Affinché i cittadini partecipino a un dibattito europeo, è essenziale
comunicare a livello regionale e locale e per questo la chiave siete voi, i
media.
Consentitemi di concludere il mio intervento ricordando ciò che disse
don Chisciotte più di 400 anni fa:
"colui che legge molto e molto cammina, vede molto e conosce
molto ".
Vi posso assicurare che il mio lavoro mi obbliga a leggere molto, a
viaggiare in tutta Europa e fuori dall'Europa e a incontrare molta gente. Non
so se per questo conosco molto, quel che so è che ho un grande affetto e un
grande rispetto per la professione di giornalista. Voi svolgete un ruolo
fondamentale nella nostra società e spero che le mie riflessioni vi siano state
utili per affrontare gli altri dibattiti di questa giornata che vi auguro siano
molto proficui.
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