Percorso di navigazione

Non è solo una questione di marketing
RSSTwitter
Inviare questa pagina per posta elettronicaInviare questa pagina per posta elettronicaPrintPrint

20/07/2009

Quando Tony Blair prese il bastone del comando alla testa del Consiglio europeo nel luglio 2005 e pronunciò un vibrante discorso per una nuova Europa nell'emiciclo di Strasburgo, un'ondata di ottimismo si diffuse improvvisamente nel continente.

Precedenti articoli

    Non è solo una questione di marketing

    Finalmente l'Europa burocratica sarebbe stata consegnata alla storia e Tony Blair avrebbe portato un'aria nuova nell'Unione europea!

    Più mercato e più competizione avrebbero rilanciato l'economia europea, la costosa politica agricola sarebbe stata radicalmente riformata, la flessibilità e la mobilità nel mercato del lavoro avrebbero ridotto drasticamente il numero dei disoccupati e l'Unione europea avrebbe ritrovato la sua collocazione nel mondo a fianco dell'alleato statunitense esportando la pace e la democrazia laddove esse erano misconosciute.

    Editorialisti e opinion makers erano concordi nel prevedere che una nuova fase dell'integrazione europea era finalmente iniziata e che un luminoso avvenire si stava aprendo per l'Europa unificata appena un anno prima.

    I pochi critici, fra i quali molto modestamente il sottoscritto ma ben più autorevolmente Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi, erano stati zittiti con disprezzo e trattati come nostalgici della vecchia Europa. Prima dell'appello di Blair, del resto, il Presidente Ciampi aveva dovuto subire nello stesso emiciclo di Strasburgo la contestazione dei deputati leghisti.

    Smentendo i suoi corifei, Tony Blair ha invece gestito la presidenza del Consiglio europeo così come aveva caratterizzato la sua precoce vita politica nazionale.

    Frangar non flectar, diceva lo stoico Seneca che avrebbe avuto difficoltà a consacrare uno dei suoi dieci Dialoghi al giovane Blair.

    Inizialmente seguace di una soft left, il giovane Blair si era poi schierato con la corrente socialista nel suo partito per ottenere una constituency e garantirsi l'elezione alla House of Commons.

    In quest'occasione (1983) il trentenne Blair partecipò attivamente alla campagna per l'uscita del Regno Unito dalle Comunità europee ed a quella pacifista per il disarmo nucleare unilaterale.

    Come è noto, egli è stato poi l'ispiratore della c.d. terza via che molti adepti ha trovato in terra italiana.

    Dal punto di vista europeo, Tony Blair caratterizzò la sua prima presidenza del Consiglio europeo (gennaio-giugno 1998) con la promessa dell'adesione del Regno Unito all'Euro promuovendo un piano economico-monetario (national changeover plan) e annunciando un referendum alla fine della sua prima legislatura (2003-2004).

    Così non è stato e l'idea di convocare un referendum sull'Euro aveva del resto cominciato a perdere terreno già nel giugno 1998 quando il Sun di Murdoch aveva lanciato una campagna contro l'Euro e Blair aveva temuto di fare la fine di Kinnock, la cui carriera politica fu proprio stroncata dalla stampa popolare britannica.

    Con la sterlina di Sua Maestà dall'inizio del 2009 alla pari con l'Euro e in caduta libera dal cambio 1.5 nel 2003, i sudditi britannici cominciano solo ora a rendersi conto dell'errore politico ed economico, commesso da Tony Blair e ripetuto ora dal suo successore Gordon Brown, di non aver portato il Regno Unito nell'Eurogruppo.

    La seconda presidenza europea di Blair (luglio-dicembre 2005), nonostante i toni retorici alla Winston Churchill usati nel discorso programmatico del luglio 2005 a Strasburgo, non è stata pari alle attese.

    Come è noto, la seconda presidenza di Blair si è conclusa con l'approvazione di un deludente accordo sulle prospettive finanziarie 2007-2013 ed in particolare con la conferma del peso eccessivo della politica agricola nel bilancio e con l'inadeguato livello dei settori di spesa necessari per lo sviluppo dell'economia europea come l'ambiente, l'innovazione tecnologica e la ricerca.

    Due anni dopo la fine della sua presidenza e poco prima di lasciare il posto di primo ministro a Gordon Brown, Tony Blair è riuscito a convincere Angela Merkel ad abbandonare qualunque progetto sulla costituzione europea.

    Blair aveva firmato la costituzione europea a Roma il 29 ottobre 2004 e aveva ottenuto che da essa fosse eliminato tutto ciò che avrebbe disturbato l'euroscetticismo britannico, prima con il suo rappresentante nella Convenzione europea (2002-2003) e poi nella conferenza intergovernativa (2003-2004).

    Nonostante questi risultati, Blair chiese ed ottenne dalla cancelliera Merkel di annullare con il trattato di Lisbona le pur modeste innovazioni sovranazionali sopravvissute nel passaggio dalla Convenzione al negoziato diplomatico.

    Dopo aver lasciato a Gordon Brown il posto di primo ministro, Blair è stato nominato inviato speciale in Medio Oriente dal cosidetto Quartetto (Usa, Ue, Onu, Russia), creato nel 2002 su iniziativa di Aznar.

    Durante l'acuirsi delle tensioni in Medio Oriente nell'autunno 2008, si sono perse tuttavia le tracce dell'inviato speciale del Quartetto, un inviato-ombra surclassato dall'esposizione mediatica di Nicolas Sarkozy e della troika europea.

    In questa situazione e lasciando da parte le recenti vicende giudiziarie relative ai rimborsi-spese, che hanno travolto più di un ministro di Sua Maestà britannica e che hanno sfiorato lo stesso Tony Blair, non sono personalmente d'accordo con l'opinione espressa da Il Sole 24 Ore (venerdì 17 luglio, pagina 16) secondo cui Blair sarebbe una "garanzia in termini di marketing" perché ha un volto noto, una reputazione solida ed una statura politica indiscussa.

    Non è solo una questione di marketing ma anche di scelte politiche, in particolare sull'Europa che vogliamo: intergovernativa o "comunitaria". In questo senso, ripercorrendo la storia dell'Unione europea dal 1999 al 2004, a me sembra che la vera alternativa di politica europea alla candidatura di Tony Blair sarebbe paradossalmente quella di Romano Prodi.

    Parafrasando Il Sole 24 Ore, sarebbe un peccato se la scelta del Presidente permanente del Consiglio europeo diventasse un'occasione sprecata per il rilancio politico dell'Europa.

    Pier Virgilio Dastoli

    Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea

    Ultimo aggiornamento: 04/01/2011  |Inizio pagina