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L'elezione di Barak Obama alla presidenza degli Stati Uniti apre una prospettiva nuova sulla posizione di Washington nella lotta al cambiamento climatico e nella difesa di una politica energetica più efficiente e più rispettosa dell'ambiente, come è stato recentemente confermato anche dal Premio Nobel per la Pace Al Gore in un articolo pubblicato il 9 novembre sul NYT ("The Climate for change").
Un cambiamento di rotta potrebbe avvenire rapidamente anche nelle nuove economie emergenti nel pianeta se si dà credito alla dichiarazione diffusa a giugno dal governo cinese a proposito dell'energia eolica, settore nel quale la potenza asiatica si appresta a diventare il primo produttore al più tardi nel 2013. Si tratta di una convenienza economica oltre che ambientale dimostrata dalla crescita degli investimenti nelle energie "pulite" che, secondo l'Agenzia per l'ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) sono aumentati in un anno del 60 % con un tasso annuale del 254 % per il solo settore fotovoltaico.
Il Presidente francese Sarkozy ed il Presidente della Commissione europea Barroso hanno confermato con accenti convergenti l'urgenza e la necessità di un accordo dei "27", che rispetti gli impegni presi più volte all'unanimità a partire dalle decisioni nel quadro del negoziato che ha portato alla firma del Protocollo di Kyoto e poi ribaditi nelle riunioni di primavera del Consiglio europeo del marzo 2007 e del marzo 2008 .
Ricordiamo alle nostre lettrici ed ai nostri lettori le tappe più recenti della politica energetica comune:
- il 10 gennaio 2007, la Commissione europea propone un pacchetto-quadro di misure che pongano l'energia e l'ambiente al centro dell'azione europea;
- il Consiglio europeo del marzo 2007 ed il Parlamento europeo approvano gli impegni proposti dalla Commissione da realizzare entro il 2020 e cioè: riduzione del 20% delle emissioni di gas; quota pari al 20% di energie rinnovabili sul consumo energetico globale; aumento del 20% dell'efficienza energetica;
- nel settembre 2007, la Commissione europea approva il pacchetto di misure per completare la realizzazione del mercato interno dell'energia ed in particolare la separazione proprietaria (in inglese unbundling) fra produttori e gestori di energia;
- nel gennaio 2008 la Commissione approva un pacchetto di proposte per permettere l'attuazione degli impegni assunti in materia di riduzione delle emissioni e l'utilizzo di energie rinnovabili e biocarburanti. Facendo un'analisi dei costi/benefici per paese, la Commissione europea indica che il costo massimo per l'Italia sarebbe pari allo 0,66% del PIL nel 2020 se il nostro paese rispetterà gli impegni presi in termini di risparmi, efficienza e quota di energie rinnovabili;
- nel marzo e poi nell' ottobre 2008 , il Consiglio europeo conferma il suo accordo politico sul pacchetto proposto dalla Commissione dando appuntamento alla riunione conclusiva della presidenza francese per l'adozione finale delle misure legislative;
- il 13 novembre 2008, la Commissione ha infine presentato il secondo pacchetto sul riesame strategico della politica energetica, proponendo una nuova solidarietà fra gli Stati membri ed una nuova politica sulle reti energetiche.
L'insieme della strategia dell'Unione europea si fonda sul principio – che è del resto presente anche negli obiettivi di Lisbona – di promuovere uno sviluppo detto sostenibile che abbia come priorità il risparmio energetico per abbattere gli sprechi, accrescere l'efficienza dei sistemi, ridurre i consumi, contenere l'inquinamento e liberare risorse; il ricorso alle energie rinnovabili in quanto soluzione necessaria per evitare l'esaurimento delle risorse disponibili, aumentare la sicurezza energetica dell'Unione e combattere l'effetto serra; un'equa distribuzione delle risorse per evitare i conflitti e combattere la povertà.
L'Unione europea si muove del resto con il sostegno della grande maggioranza della comunità scientifica internazionale o delle previsioni effettuate annualmente dall'Agenzia Internazionale dell'Energia pubblicate dal World Energy Outlook e, di recente, anche di una parte consistente dell'opinione pubblica europea come è stato dimostrato dal sondaggio speciale dell'Eurobarometro effettuato su iniziativa della Commissione e del Parlamento europeo .
L'Assemblea di Strasburgo, attraverso la sua commissione per l'ambiente, i consumatori e la salute pubblica, ha adottato un pacchetto di relazioni con emendamenti alle proposte della Commissione europea in senso più fortemente ambientalista e ciò in vista della procedura di conciliazione con il Consiglio.
Quasi a sorpresa – almeno per l'Italia dove stampa, media e imprenditori hanno continuato ad ignorare l'approccio largamente condiviso dai patrons europei – la rete delle organizzazioni imprenditoriali europee ha adottato a Parigi una dichiarazione nella quale si ribadisce il sostegno della grande maggioranza del mondo produttivo nell'Unione europea agli obiettivi 20/20/20 che sono alla base della politica energetica europea dal Protocollo di Kyoto in poi: "Businesseurope continues to support the EU 2020 climate targets. Combating climate change is one of the biggest challenges of our time, and industry is playing a major part in reducing emissions within EU. Between 1990 and 2005 EU manufacturing sectors covered by the Emission Trading Scheme reduced their emissions by 13 % ".
In controtendenza rispetto al resto dell'Europa, l'Italia ha tuttavia aumentato nel 2005 le proprie emissioni di CO2 equivalente del 12,1 % in più rispetto al 1995 arrivando ad immettere nell'atmosfera 588 milioni di tonnellate di CO2 equivalente mentre l'insieme dei 27 è passato da 5800 tonnellate di CO2 equivalente nel 1990 a 5299 tonnellate nel 2005 con una migliore performance nei nuovi 10 che nei vecchi 15. Il che spiega perché i nuovi membri insistono affinché si prenda come punto di riferimento il 1990 e l'Italia – isolata dal resto d'Europa – insiste affinché il punto di riferimento sia il 2005.
Invece di combattere una cattiva battaglia contro gli obiettivi strategici decisi dall'Unione europea o di sognare un mercato libero dalle leggi e dai regolamenti "imposti" dai burocrati di Bruxelles, l'Italia potrebbe svolgere un ruolo di avanguardia se ponesse sul tavolo del negoziato alcune questioni non risolte come le risorse finanziarie per nuovi investimenti, una politica fiscale europea applicata all'energia e all'ambiente, un quadro normativa per il transito di gas attraverso le reti, la definizione di un quadro istituzionale unico europeo nelle relazioni internazionali al fine di uscire dalla contraddizione di un mercato interno (parzialmente) liberalizzato ed un mercato internazionale governato da monopoli di Stato (Russia ed Algeria in primo luogo), l'inadeguato impatto delle liberalizzazioni sulle tariffe, sulla trasparenza nelle scelte di politica energetica, sull'innovazione tecnologica e sullo sviluppo delle energie rinnovabili.
Se fosse chiaro che a Ventisette non fosse possibile risolvere alcune di queste questioni strategiche per l'avvenire della politica energetica comune, bisognerebbe riflettere sulla possibilità di applicare a questo settore il metodo della cooperazione rafforzata per ora applicando i deboli criteri previsti dal Trattato di Nizza.
Pier Virgilio Dastoli
Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea
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