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Maria Damanaki, commissaria per gli affari marittimi e la pesca, ritiene che
non vi siano giustificazioni per l'attuale incompleta attuazione delle misure
adottate con il regolamento "Mediterraneo" nel dicembre 2006. "Gli
Stati membri hanno avuto più di tre anni per prepararsi all'adempimento di
tutte le norme che, va ricordato, essi hanno unanimemente adottato nel
2006" ha detto la commissaria."La situazione di numerosi stock ittici
nel Mediterraneo è allarmante e i pescatori vedono le loro catture scemare di
anno in anno. Se nel 2006 tali misure sono state ritenute necessarie, oggi
appaiono ancora più urgenti. È necessario invertire questa preoccupante
tendenza a praticare attività di pesca non sostenibili e a impoverire le
risorse ittiche e dobbiamo farlo ora. A tal fine, tutti devono attenersi alle
norme stabilite. Invito pertanto gli Stati membri ad agire e a fare quanto
necessario per finalizzare i rispettivi piani di gestione. Il periodo di
transizione è finito".
Per meglio preservare la diversità del bacino marittimo e l'integrità dei
suoi ecosistemi, il regolamento "Mediterraneo" prevede un approccio dal
basso verso l’alto e consente agli Stati membri di adattare le misure alle
specifiche situazioni locali. Ma questo metodo non potrà funzionare e fallirà
se gli Stati membri non adempiono i loro compiti.
Il regolamento integra le preoccupazioni ambientali nella politica della
pesca e stabilisce una rete di zone protette, in cui le attività di pesca
vengono limitate per tutelare le zone di crescita, le zone di riproduzione e
l’ecosistema marino. Inoltre tale regolamento fissa norme tecniche riguardo ai
metodi di pesca consentiti e alla distanza dalla costa e reca disposizioni
relative alle specie e agli habitat protetti.
Quando è entrato in vigore, all'inizio del 2007, il regolamento ha previsto
per alcune disposizioni un lungo periodo di applicazione progressiva (fino al
31 maggio 2010). Sarebbe pertanto ragionevole ritenere che le amministrazioni
nazionali abbiano avuto tutto il tempo necessario per preparare la transizione
e garantire l'osservanza delle norme. Eppure, anche ora, sembrano impreparate e
il livello generale di conformità alle disposizioni del regolamento lascia
molto a desiderare: le ispezioni recentemente condotte dalla Commissione hanno
messo in evidenza gravi violazioni per quanto concerne le dimensioni minime
delle maglie delle reti da pesca, la taglia minima dei pesci e degli altri
organismi marini e altri aspetti della selettività. Ciò succede nonostante le
disposizioni in questione siano obbligatorie fin dall'entrata in vigore del
regolamento, 3 anni fa. Gli Stati membri non hanno neppure rispettato gli
obblighi, stabiliti dal regolamento, di presentare piani di gestione o di
designare ulteriori zone di pesca protette.
La Commissione europea si rammarica profondamente di questa situazione, che
avrà un'incidenza diretta sulla situazione degli stock e sulla sostenibilità
della pesca. Essa ha caldamente esortato gli Stati membri ad agire in tempi
rapidi per ovviare alla situazione e sta collaborando strettamente con essi
alla risoluzione dei restanti problemi. Se vi saranno infrazioni gravi, la
Commissione non potrà che adottare iniziative forti per assicurare il rispetto
delle norme.
Vale la pena di sottolineare che, a differenza di quanto da alcuni
dichiarato, il regolamento non vieta alcun tipo di pesca tradizionale o
"speciale". Queste pratiche sono invece permesse, a condizione che
dalle valutazioni scientifiche risulti che il loro impatto sulle specie e sugli
habitat è accettabile e che siano gestite nell'ambito di un piano
nazionale.
Non è ragionevole pensare che il regolamento o l'Unione europea possano da
soli assicurare la gestione della pesca nel Mediterraneo. La partecipazione di
tutti paesi che si affacciano sul Mediterraneo è determinante e l'UE si adopera
attivamente nell'ambito delle organizzazioni multilaterali, tra cui la
Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo e la Commissione
internazionale per la conservazione dei tonnidi dell'Atlantico, al fine di
migliorare le conoscenze scientifiche e garantire l'uguaglianza delle
condizioni sulle quali promuovere la sostenibilità.
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