Ambiente

Il riutilizzo è la «chiave» dell’economia circolare

10/09/2014
Reuse is the key to the circular economy  

Da tempo il professor Walter Stahel si batte per l’adozione dei principi dell’economia circolare come premessa per una società più sostenibile. Dal suo rapporto tecnico del 1976, destinato alla Commissione europea e intitolato «The Potential for Substituting Manpower for Energy» (Sostituire l’energia con la manodopera: potenzialità), è emerso che il consumo energetico nel settore manifatturiero è associato principalmente all’estrazione e alla lavorazione delle risorse anziché ai processi produttivi veri e propri e che, riutilizzando i prodotti invece di fabbricarne di nuovi, la manodopera sostituirebbe il consumo di energia, determinando un risparmio energetico e la creazione di nuovi posti di lavoro.

Successivamente, il rapporto è stato ristampato in forma di libro e da allora il professor Stahel è stato autore di numerose pubblicazioni sull’economia circolare.

Il professor Stahel, svizzero, è il fondatore del Product-Life Institute, con sede a Ginevra, che promuove un minor consumo di risorse vergini e la creazione di posti di lavoro nel settore del riutilizzo. È inoltre visiting professor presso la University of Surrey, nel Regno Unito, nonché membro del gruppo di riflessione internazionale Club di Roma. In questa intervista il professor Stahel afferma che un’economia circolare genuina considera il riutilizzo prioritario rispetto al riciclo e che i due concetti non vanno confusi.

A quanto sembra, è dovuto trascorrere molto tempo perché i concetti dell’economia circolare venissero recepiti dai politici e dalle aziende da quando lei li enunciò per iscritto nella metà degli anni Settanta. Il momento dell’economia circolare è arrivato?

Se per economia circolare intendiamo tutte quelle attività economiche volte a prolungare la vita utile di beni, componenti e materiali tramite il riutilizzo, la reimmissione in commercio, la riparazione, la rifabbricazione e l’aggiornamento tecnologico dei beni, essa è sempre esistita: basta pensare alle bottiglie riutilizzabili, ai mercati dei prodotti di seconda mano, alla riparazione e al rinnovo di edifici e infrastrutture. Nelle aziende, le attività di riparazione e rifabbricazione in serie di motori a combustione e componenti di autoveicoli, macchine utensili e turbine jet, materiale rotabile ferroviario e aeromobili esistono da tempo immemore.

Queste attività sono poi state perfezionate da alcuni operatori nel quadro dell’economia di performance, la forma più remunerativa di economia circolare. Questi operatori vendono beni proponendoli come servizi: mi riferisco, ad esempio, ai gestori di flotta, alle società di trasporto ferroviario e di spedizione, agli alberghi, alle compagnie aeree e ai gestori del trasporto pubblico.

Tra le attività di vendita di beni come se fossero servizi ricordiamo il leasing di tappeti di Interface o di macchine per ufficio di Xerox, la «vendita» di macchine fotografiche «monouso» di Eastman Kodak e Fuji (macchine che di fatto venivano reimmesse in commercio fino a dodici volte).

I politici e la collettività, però, non hanno percepito queste attività come parte integrante dell’economia circolare. Molte persone hanno identificato l’economia circolare con il riciclaggio dei rifiuti. Eppure, tra tutte le attività dell’economia circolare, il riciclaggio è quella meno sostenibile in termine di efficienza delle risorse e redditività.

Credo che il momento dell’economia circolare sia arrivato nel senso che si sta modificando la percezione del contributo che essa può offrire in ambiti quali la creazione di posti di lavoro e la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. I fattori esteriori di promozione dell’economia circolare sono una variazione significativa dei prezzi delle materie prime e la saturazione dei mercati di molti beni di largo consumo in Occidente.

Quali sono i principali ostacoli che continuano a impedire lo sviluppo di un’economia circolare o a circuito chiuso?

Prevalgono alcune problematiche. Un’economia circolare è un’attività essenzialmente locale che consiste nel sostituire l’energia con la manodopera. L’interesse attuale a tassare la manodopera mentre si sovvenziona l’energia rappresenta quindi un ostacolo notevole. Un sistema fiscale sostenibile che tassasse non le risorse rinnovabili, come la manodopera, bensì quelle non rinnovabili, produrrebbe un’ampia conversione a un’economia circolare regionale.

Oggi le competenze professionali e la conoscenza dell’economia circolare sono appannaggio dei laboratori che eseguono riparazioni e dei gestori di flotta, non degli ambienti accademici. Nel mondo esistono sei o sette corsi universitari di rifabbricazione, a fronte di centinaia di tecnologie di questo tipo, ma nessuno si insegna i fondamenti dell’economia circolare.

Se il nostro obiettivo è orientare verso l’economia circolare le PMI in particolare, dobbiamo formare un certo numero di studenti, fornendo loro la conoscenza degli aspetti economici e tecnologici di queste attività, ossia del funzionamento e della gestione di sistemi e beni di ogni tipo.

La tecnologia che manca è principalmente collegata all’ottimizzazione della vita utile residua dei componenti usati, tenendo conto della fatica dei materiali.

L’economia circolare richiede necessariamente una maggiore condivisione delle informazioni (ad esempio, un’azienda che progetta un prodotto deve essere più disposta a renderne noti i componenti, oltre ai dettagli relativi al disassemblaggio del prodotto)? Sotto il profilo della proprietà intellettuale, ciò potrebbe suscitare preoccupazione nelle aziende?

Nell’economia di performance gli operatori economici che vendono beni proponendoli come servizi conservano la proprietà di tali beni e delle risorse contenute negli stessi, facendosi carico di tutti i costi associati ai rischi e alla gestione dei rifiuti per l’intera durata del prodotto. Pertanto, non è necessario rivelare le relative informazioni.

Nell’economia circolare basata su oggetti materiali, la chiave per consentire il riutilizzo di beni e componenti consiste nella standardizzazione di questi ultimi, delle interfacce e dei materiali, come pure nella raccolta non distruttiva di beni usati. Ne è un esempio la standardizzazione dei caricabatteria per telefoni cellulari promossa dalla Commissione europea.

Per il riciclaggio, l’economia circolare dei materiali, la standardizzazione e la marcatura dei materiali, e in particolare delle leghe, seguite dal disassemblaggio contrapposto alla demolizione al termine della vita di un prodotto, sono essenziali. Il riciclaggio di materiali misti produce risorse secondarie di qualità infima, siano essi metalli o plastiche.

Qual è la sua opinione circa le recenti proposte della Commissione europea che mirano a promuovere l’economia circolare ponendosi un obiettivo di riciclaggio del 70%? Quali altre misure potrebbero adottare i responsabili delle politiche?

Il riciclaggio è la strategia meno redditizia e sostenibile dell’economia circolare. La direttiva quadro sui rifiuti dell’UE, del 2008, costituisce un approccio migliore, poiché considera prioritario il riutilizzo, seguito dal prolungamento della vita utile e dalla preparazione per il riutilizzo, rispetto al riciclaggio.

Quali altre misure si potrebbero adottare? I responsabili delle politiche non dovrebbero tassare la manodopera, bensì le risorse non rinnovabili; non dovrebbero prelevare l’IVA sulle attività dell’economia circolare che puntano alla conservazione del valore; dovrebbero offrire crediti di emissione per la prevenzione delle emissioni di gas a effetto serra mediante l’economia circolare nella stessa misura in cui essi vengono concessi per la riduzione di tali emissioni nella produzione; in questo modo, gli operatori agiranno correttamente per ottimizzare i profitti.

Esistono esempi di iniziative di economia circolare da cui è stato particolarmente colpito?

Il lavoro che la Fondazione Ellen MacArthur
English svolge dal 2010 ha «catapultato» l’economia circolare nei programmi politici di molti paesi e nei comitati strategici di numerose aziende, portando a risultati rapidi che cominciano ora ad acquisire visibilità. Le relazioni dell’organizzazione britannica WRAP
English hanno evidenziato il notevole impatto dell’economia circolare a livello nazionale nel Regno Unito.

In linea di principio, è ottimista circa il possibile conseguimento di una maggiore sostenibilità ambientale?

Sono convinto che queste idee abbiano cominciato a confluire in quelle «ufficiali», combinando opportunità economiche, occupazionali e di prevenzione dei rifiuti in maniera realmente sostenibile. Il fatto che il Forum economico mondiale e alcune grandi società di consulenza di gestione abbiano adottato l’economia circolare ne è la dimostrazione, per quanto riguarda il fronte aziendale.

Insieme al Club di Roma
English, sto lavorando a uno studio che illustra gli aspetti ad alta intensità di manodopera (creazione di posti di lavoro) dell’economia circolare a livello macroeconomico (nazionale), una questione che nessuna università ha avuto interesse ad approfondire, nonostante l’alto tasso di disoccupazione di molti paesi europei. Speriamo che i risultati dello studio convincano i responsabili delle politiche a orientare queste ultime a favore dell’economia circolare, o almeno a creare condizioni di parità con il settore produttivo.