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Prossima fermata, la bioeconomia

03/10/2011

  • Interviste a esperti
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Lars Hansen, presidente della sezione europea di Novozymes, azienda produttrice di enzimi, espone la visione di un futuro bio, con prodotti che vanno dai detergenti ai biocarburanti avanzati che imitano la natura per proteggerla.

Novozymes è uno dei maggiori produttori mondiali di enzimi, ovvero di molecole che accelerano le reazioni chimiche. Grazie a una serie di innovazioni, ha contribuito alla creazione di prodotti detergenti biodegradabili, a minor intensità energetica e di CO2 (poiché consentono di lavare a temperature inferiori) e con un imballaggio ridotto (perché estremamente compatti).

Ma secondo l’azienda si può fare di più: l'obiettivo finale è il lavaggio a impatto zero. Oltre a questo, le aspirazioni di Novozymes nel campo della bioeconomia si estendono ai biocarburanti avanzati e alle sostanze biochimiche.

Quanto conta l’innovazione nel vostro lavoro?

Spendiamo moltissimo per l’innovazione: circa il 14 % del nostro fatturato annuale viene reinvestito nella ricerca. Il nostro lavoro consiste nel rielaborare l’innovazione propria della natura, che, nel corso di miliardi di anni, ha ottimizzato i processi biologici basati sugli enzimi.

Mi piace paragonare l’immagine di un enzima a quella di Pacman, del videogioco omonimo. La nostra attività consiste nel creare differenti versioni di Pacman. Scopriamo cos’è in grado di fare la natura e lo utilizziamo come base per il nostro lavoro, «depurandolo» e trasportandolo su scala industriale. Produciamo enzimi utilizzabili in ogni genere di applicazioni, dai detersivi alla produzione di biocarburanti.

Se dobbiamo individuare un enzima in grado di rimuovere le macchie di grasso anche in acqua fredda, ad esempio, è possibile che dobbiamo andare a cercarlo in Islanda o in Groenlandia, dove i processi biologici avvengono a temperature inferiori.

Quali benefici assicurate all'ambiente?

Per quanto riguarda i detergenti, ci concentriamo sul consumo di energia, ovvero su sistemi che consentano di lavare a temperature inferiori. Un modo per raggiungere tale obiettivo è utilizzare particolari enzimi al posto dei prodotti chimici tradizionali. Fa bene ai consumatori, perché risparmiano sulle bollette dell’elettricità, e fa bene al pianeta perché consente di ridurre le emissioni di CO2.

Inoltre, abbiamo scoperto che è possibile ottenere gli stessi risultati di lavaggio con confezioni più piccole, se si utilizzano ingredienti più efficaci, come gli enzimi. In questo modo, ovviamente, si risparmia anche sul trasporto e sugli imballaggi.

Infine, si può intervenire sostituendo alcuni dei componenti chimici dei detersivi: attualmente stiamo cercando di individuare enzimi che possano sostituire i tensioattivi a base oleosa che consentono di aggregare le molecole di sporco.

C'è spazio per un ulteriore miglioramento?

Pensiamo di poter arrivare al lavaggio a impatto zero, ma questo richiederà sforzi da parte dell’intera catena del valore, dai produttori di detergenti ai fabbricanti di lavatrici, fino ai consumatori.

Il prossimo passo logico, per certi versi già in corso, è l’ulteriore diminuzione della temperatura di lavaggio: riteniamo di poterla ridurre a 20-30°C, rispetto all’attuale media compresa tra 40 e 50°C.

Quali sono i fattori che vi spingono a innovare?

Si potrebbe dire che sia l’intero dibattito sul clima e sulla scarsità delle risorse a spingerci a innovare, perché tutti i nostri prodotti si basano esattamente su questa necessità: fare di più con meno.

A parte questo, i biocarburanti sono forse il settore in cui è più stretto il collegamento tra la politica e la nostra attività. A lungo termine, gli incentivi politici non saranno più necessari, ma al momento sono fondamentali per consentire al settore di spiccare il volo.

Negli altri nostri ambiti di attività, si tratti di detergenti, tessuti o produzione di birra, abbiamo sempre venduto sulla base dell'economia tradizionale: non avevamo bisogno della politica ambientale per vendere.

Quanto si sovrappongono i vari settori nel vostro lavoro?

Operiamo in 30-35 settori, tra i quali si verificano molti fenomeni di compenetrazione. Le stesse classi di enzimi possono essere utilizzate in molti modi diversi.

Inoltre, i vari settori possono approfittare del lavoro già svolto dagli altri. Quando si cerca una specifica classe di enzimi per un detergente, se ne individuano e analizzano un milione di versioni diverse. Successivamente, è facile riesaminarle per un altro scopo: in questo modo, il lavoro svolto sui detergenti potrebbe rivelarsi utile anche per i biocarburanti.

Cosa riserva il futuro?

Noi crediamo nella bioeconomia europea basata sulla conoscenza. I biocarburanti sono solo il primo passo: un impianto di produzione di biocarburanti è a tutti gli effetti una bioraffineria con un unico prodotto. In futuro ci saranno molteplici fattori di produzione, dai residui agricoli ai rifiuti urbani, e prodotti ancora più numerosi, compresi, ad esempio, gli agenti biochimici per la realizzazione di tessuti e materie plastiche.

Ma senza un settore dei biocarburanti solido non arriveremo mai al concetto di bioraffineria: saranno i biocarburanti a fornirci il mercato per la sua realizzazione.

La cosa bella è che nel mezzo del processo di bioraffinazione si ha la trasformazione in zucchero e proprio questo zucchero può avere molteplici applicazioni. Dal nostro punto di vista, lo zucchero dovrebbe essere il petrolio della nuova generazione, ovvero le molecole basilari su cui fondare la bioeconomia.

Maggiori incentivi per i biocarburanti avanzati oggi e un quadro politico per gli agenti biochimici in futuro saranno essenziali per incentivare i cospicui investimenti necessari a far decollare questo settore.

Per ulteriori informazioni

  • Novozymes:
    http://www.novozymes.com English

    «The knowledge based bio-economy (KBBE) in Europe: achievements and challenges» (Relazione finale sulla Conferenza della presidenza belga dell'UE del 14 settembre 2010):
    http://sectie.ewi-vlaanderen.be/sites/default/files/documents/KBBE_A4_1_Full%20report_final.pdf pdf [2 MB] English

    «Industrial biotechnology; more than green fuel in a dirty economy?», pubblicato da WWF Danimarca, settembre 2009:
    http://www.bio-economy.net/reports/files/wwf_biotech.pdf pdf [6 MB] English

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