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agricoltura

Situazione e prospettive dell'agricoltura nei paesi dell'Europa centrale e orientale

Slovacchia

Sintesi

Situazione generale dell’economia

Nonostante i timori degli anni passati, l’economia slovacca si è rapidamente ripresa dopo la scissione della Slovacchia dalla Repubblica ceca nel 1993. Gli anni seguenti sono stati caratterizzati da un notevole progresso in termini di crescita e di stabilizzazione macroeconomica. Il PIL è cresciuto del 5-7%, l’inflazione è stata contenuta nei limiti del 6,5% nel 1997 e la disoccupazione si aggira sui livelli UE.

Benché la crescita economica sia rimasta tra le più alte della regione e il deficit del commercio estero sia stato ridotto rispetto al livello esorbitante del 1996, la situazione macroeconomica si è deteriorata nel 1997. Il disavanzo pubblico si è aggravato, quello con l’estero ha potuto essere contenuto soprattutto grazie a misure protettive temporanee, ma è comunque rimasto insostenibilmente elevato, e la disoccupazione ha ricominciato a salire, vanificando in una certa misura i progressi compiuti negli anni precedenti. Il problema fondamentale della politica economica in Slovacchia è costituito dalla mancanza di coordinamento tra politica monetaria e fiscale e dalla lentezza della ristrutturazione. Per compensare le carenze della politica fiscale, la banca nazionale slovacca ha adottato dal 1996 una politica monetaria restrittiva, col risultato che gli alti tassi d’interesse stanno soffocando le imprese e le banche. Per colmare il disavanzo nazionale ed estero occorrerebbe una soluzione più radicale, consistente in una drastica riduzione della spesa pubblica accompagnata da misure di ristrutturazione trasparenti, al fine di rendere le imprese slovacche più competitive sui mercati di esportazione.


L’agricoltura nel contesto economico generale

La ripresa economica ha portato ad una generale perdita di peso dell’agricoltura nell’ambito del sistema economico. La quota dell’agricoltura nel PIL è scesa dal 5,9% nel 1993 al 4,4% nel 1997. Questa tendenza rispecchia anche lo spiccato orientamento dell’economia slovacca verso l’industria e i servizi, il cui sviluppo potrebbe assorbire la manodopera espulsa dall’agricoltura per effetto della ristrutturazione.

Nonostante la sua quota relativamente modesta nell’economia globale del paese, l’agricoltura svolge un ruolo non indifferente ai fini del mantenimento dell’equilibrio economico e sociale. Con un reddito pro capite permanentemente basso, la spesa alimentare rappresenta una voce cospicua (37%) del bilancio familiare, il che rende ancora più sensibili i prezzi dei prodotti alimentari nazionali in funzione delle disponibilità dei consumatori. Finora i prezzi alla produzione delle derrate agricole sono rimasti relativamente bassi, contribuendo a mantenere l’andamento dei prezzi al consumo al di sotto del livello generale dell’inflazione e mitigando così il contraccolpo economico del processo di transizione sui consumatori.

La principale strozzatura nella ripresa economica del settore agroalimentare è rappresentata dalla scarsa competitività dell’industria alimentare e dalla mancanza di efficienti strutture di distribuzione a valle. Il settore agricolo è riuscito a ristrutturarsi e ad adattarsi all’economia di mercato molto meglio dell’industria alimentare. Lo sviluppo delle strutture e della capacità delle aziende agricole potrebbe immediatamente tradursi in un incremento della produzione se beneficiasse di prezzi più remunerativi da parte dei settori a valle.


Utilizzazione della terra

In Slovacchia vengono utilizzati a fini agricoli 2,4 milioni di ettari, pari al 49,5% della superficie totale. L’utilizzazione della terra, nelle sue principali categorie, è rimasta pressoché invariata durante il periodo di transizione. Si segnala soltanto una lieve contrazione dei seminativi a vantaggio del pascolo permanente. La ripartizione degli 1,4 milioni di ettari di seminativi ha invece subìto mutamenti più sostanziali. La domanda di foraggi è diminuita in seguito alla drastica riduzione del patrimonio bovino e la superficie foraggera è stata in parte reinvestita a cereali o a pascolo permanente per un allevamento più estensivo. Sotto l’effetto della redditività e degli incentivi agli investimenti, la superficie coltivata a semi oleosi è raddoppiata, mentre le quote dei cereali e della barbabietola da zucchero, dopo una contrazione iniziale, hanno manifestato di nuovo una tendenza moderatamente ascendente a partire dal 1993.


Produzione e consumo

Il processo di transizione ha avuto un impatto considerevole sulla produzione agricola. Il divario tra i prezzi dei prodotti agricoli e quelli dei fattori di produzione ha eroso i profitti. La produzione ha dovuto adeguarsi in conseguenza del rallentamento dei flussi finanziari e della ridotta disponibilità di capitale d’investimento e di esercizio a causa della diminuzione del sostegno all’agricoltura. La domanda interna di generi alimentari è calata (per esempio di un terzo per i prodotti lattiero-caseari) e i produttori hanno dovuto reggere la concorrenza delle importazioni.

Nei primi tre anni della riforma, la produzione agricola lorda ha continuamente perso quota, fino ad attestarsi, nel 1993, sul 71% della media dell’intero periodo 1986-1990. Successivamente si è potuta osservare una leggera ripresa, fino all’85% nel 1997. Il tracollo ha colpito il settore zootecnico più di quello vegetale, differenza dovuta alla struttura economica più debole, al maggiore sostegno pubblico prima della transizione e alle eccedenze strutturali più difficilmente esportabili, che caratterizzavano il primo rispetto al secondo di questi due settori. L’allevamento è praticato per lo più nelle grandi aziende cooperative, che sono assai poco flessibili e restano in gran parte ancorate al modello economico socialista, mentre le produzioni vegetali sono concentrate massimamente in società per azioni, che hanno saputo adattarsi molto meglio alla nuova economia di mercato. Oltre a ciò, il consumo interno di carni e di prodotti lattiero-caseari è diminuito in misura maggiore di quello delle derrate vegetali. Grazie ad una minore intensità di capitali e ad una produzione più flessibile, il settore delle colture si è ripreso in tempi più brevi, fino a superare, nel 1997, i livelli di prima della riforma. Le produzioni animali hanno invece raggiunto appena il 70% del loro livello precedente.

Tra i seminativi, i cereali hanno mantenuto la predominanza durante il periodo di transizione, nonostante le radicali variazioni della domanda e la crescente erosione dei profitti determinata dai costi inflazionati dei fattori di produzione. La produzione cerealicola è calata da 4,3 milioni di tonnellate nel 1989 a 3,3 milioni - il livello più basso mai raggiunto - nel 1993, per poi risalire a 3,7 milioni di t nel 1997, grazie ad un miglioramento delle rese. Rese che però nel 1997 erano ancora inferiori del 20% circa a quelle del 1989 (5,2 t/ha). I semi oleosi hanno registrato un’espansione dovuta essenzialmente alla redditività della coltura e alla concorrenzialità delle esportazioni slovacche verso la Repubblica ceca, il principale partner commerciale. Il volume di produzione di 270.000 t è stato ottenuto grazie ad un’estensione delle superfici, dal momento che le rese rimangono stazionarie dal 1992 intorno a 1,9 t/ha. La produzione di zucchero è in aumento dal 1993 e nel 1997 ha raggiunto il massimo storico, con 218.000 t. Tradizionalmente importatore netto di zucchero, dal 1996 la Slovacchia riesce a coprire la domanda con la produzione interna.

Durante il periodo di transizione, il patrimonio zootecnico è diminuito in due fasi: una prima fase di rapida contrazione, dal 1989 al 1992, ed una seconda fase di declino più lento, a partire dal 1993. Il ridimensionamento ha interessato soprattutto il patrimonio bovino, sceso al 52% della sua consistenza di prima della riforma. Il numero di suini si è ridotto al 70% e il pollame all’89% dei livelli del 1989. La produzione complessiva di carni è crollata da circa 480.000 t nel 1989 a 350.000 t. Il comparto più colpito dalla crisi è quello delle carni bovine, la cui produzione nel 1997 rappresentava, con 58.000 t, appena il 45% del volume pre-riforma. Pur contrattasi, la produzione di carne suina è rimasta in equilibrio con la domanda, essendo diminuito anche il consumo. Quanto al pollame, la produzione di carni ha ricominciato ad aumentare nel 1992 e ha ormai quasi raggiunto il livello pre-riforma. Il consumo globale di carni è ancora sensibilmente inferiore al valore del 1989 (74,1 kg pro capite). Dopo aver subìto un cedimento nei primi anni della transizione, esso è risalito a 64 kg pro capite nel 1997.

La produzione di latte è scesa a picco tra il 1989 e il 1997, per effetto di un diminuito sostegno settoriale, di un consumo limitato e di costi di produzione maggiorati. Le rese lattiere restano estremamente basse a causa della mancanza di razze lattifere specializzate, della qualità scadente dei mangimi e delle tecniche di alimentazione inadeguate. Nonostante il netto calo produttivo, le eccedenze strutturali di latticini si sono mantenute, dato che anche il consumo è fortemente diminuito.

I prezzi alla produzione, sostenuti dalla stabilizzazione della domanda interna, da una politica di crescente sostegno del mercato e in parte da influenze internazionali, sono in aumento dal 1994 per la maggior parte delle derrate alimentari. La tendenza ascendente è sensibilmente più marcata per le produzioni vegetali che per quelle animali. In quest’ultimo settore, infatti, le recenti maggiorazioni di prezzo sono rimaste per lo più al di sotto del livello generale dell’inflazione. L’incremento dei prezzi alla produzione, convertito in ecu, risulta tuttavia sopravvalutato a causa dell’aumento di valore della corona slovacca dal 1994 e va quindi interpretato con prudenza.


Commercio agroalimentare

Il grado di protezione attualmente applicato dalla Repubblica slovacca alle frontiere si fonda sugli impegni assunti in sede GATT, i quali prevedono una protezione limitata per i prodotti agricoli. Questi stessi impegni hanno influenzato anche i successivi accordi commerciali, come il CEFTA o quello con l’UE. Tuttavia, i settori più colpiti dalla ristrutturazione, come le carni bovine, suine e il settore lattiero-caseario, beneficiano di una protezione più cospicua alle frontiere.

Di fronte al persistente deterioramento della bilancia commerciale tra il 1994 e il 1998, la Slovacchia ha impresso una svolta alla propria politica commerciale, rendendola più protezionistica, sia pure nei limiti dei propri impegni internazionali. A metà del 1997, la reintroduzione di una sovratassa all’importazione è venuta a turbare il regolare funzionamento degli scambi con l’estero. La Slovacchia è sempre stata un importatore netto di prodotti agricoli. Il valore delle importazioni agroalimentari è due volte superiore a quello delle esportazioni. Dal 1994 sono aumentate sia le importazioni che le esportazioni agroalimentari: il valore delle prime è passato da 20 miliardi di SKK nel 1994 a 28 miliardi nel 1997, mentre le seconde hanno registrato, nello stesso periodo, un incremento di valore da 12,7 a 14,8 miliardi di SKK. Mentre in valore assoluto il commercio agroalimentare è in espansione, la sua quota relativa nell’insieme degli scambi è invece diminuita, in linea con la generale perdita d’importanza dell’agricoltura nell’economia nazionale. Il divario tra importazioni ed esportazioni è cresciuto da 7 miliardi di SKK nel 1994 a 13,2 miliardi nel 1997. La percentuale delle esportazioni agroalimentari rispetto all’insieme degli scambi è rimasta pressoché stabile sul 5% dal 1993.

Il principale partner commerciale, sia per le importazioni che per le esportazioni, resta la Repubblica ceca. Al secondo posto figura l’UE che, al pari della Repubblica ceca, è un esportatore netto di prodotti agroalimentari verso la Slovacchia. Le importazioni dai paesi dell’UE sono aumentate costantemente tra il 1994 e il 1997 e rappresentano, nel 1997, il 37% delle importazioni globali. Le esportazioni dalla Slovacchia verso l’UE si sono stabilizzate intorno al 20% delle esportazioni totali negli ultimi quattro anni. Nell’ambito del CEFTA - ad esclusione della Repubblica ceca - la Slovacchia è in posizione di esportatore netto. L’area CEFTA si aggiudica l’11% delle esportazioni e il 7% delle importazioni slovacche. Il commercio agroalimentare comprende tutte le categorie merceologiche, con una predominanza, sul versante delle importazioni, delle merci che la Slovacchia non è in grado di produrre (11,9 miliardi di SKK, pari al 43% delle importazioni nel 1997), seguite dai prodotti che possono competere con quelli nazionali, come latticini, cereali, zucchero e prodotti della panificazione (37% nel 1997). Il 20% delle importazioni è totalizzato da caffè, bevande alcoliche, cacao e sigarette. La Slovacchia esporta principalmente animali vivi, prodotti lattiero-caseari, prodotti dell’industria dolciaria e della panificazione e bevande. Le esportazioni di cereali sono piuttosto volatili: nel biennio 1994-1995 si sono triplicate (4,8 miliardi di SKK), per ridiscendere a 1,6 miliardi di SKK nel 1996-1997.


Assetto fondiario

Dopo la scissione del 1993, la Repubblica slovacca ha continuato la strada delle riforme nel settore agroalimentare, già avviata dalla Cecoslovacchia. Privatizzazione e ristrutturazione delle aziende agricole sono diventate uno dei temi prioritari della politica slovacca. La privatizzazione ha portato alla scomparsa delle fattorie collettive e di quasi tutte le aziende statali e all’emergere di cooperative agricole private e di grandi imprese private strutturate in società 1. Nel 1996, il 60% della SAU era in mano a cooperative e il 20% era gestito da società agricole. Alla privatizzazione ha fatto seguito la ristrutturazione, per effetto della quale molte cooperative si sono divise in più società, il cui numero complessivo è quindi in aumento. L’azienda agricola slovacca scaturita dalla transizione è, per dimensione, tra le più grandi d’Europa. In media, le cooperative coltivano all’incirca 1.500 ettari e le società agrarie 1.190 ettari. Le aziende a conduzione familiare o appartenenti ad un unico proprietario rappresentano una frangia marginale dell’agricoltura slovacca, con una dimensione media di 7,7 ha e appena il 7% della superficie agricola totale. Benché la loro proporzione in termini di utilizzo della terra sia pressoché trascurabile, queste piccole aziende individuali recano un contributo sostanziale alla produzione agricola: oltre il 60% delle patate è coltivato in aziende di questo tipo, le quali costituiscono i pilastri del settore ortofrutticolo.

Un serio ostacolo alla ripresa economica è rappresentato dalla questione insoluta dei debiti contratti durante il primo anno di transizione e che continuano a gravare sulle cooperative. La ricomposizione fondiaria e la restituzione, non ancora ultimata, delle terre agli ex proprietari ostacolano, dal canto loro, l’indispensabile fioritura di un mercato fondiario.


Settori a monte e a valle

La privatizzazione dell’industria alimentare è praticamente ultimata (alla fine del 1997 il 98% delle aziende era passato in mani private). In Slovacchia l’industria alimentare rappresenta il secondo settore industriale, con poco più del 15% della produzione industriale complessiva e un totale di circa 50.000 dipendenti, pari a quasi il 10% della manodopera industriale. Nella prima fase di trasformazione di prodotti quali le carni, gli ortofrutticoli, l’amido e la barbabietola da zucchero, la capacità eccede la produzione effettiva. Nel comparto lattiero-caseario, la capacità viene utilizzata soltanto per i due terzi. Il potenziale di produzione è sfruttato meglio nelle fasi finali di condizionamento, inscatolamento, panificazione industriale, ecc.

Il livello dell’investimento estero diretto (IED) rimane relativamente modesto, in parte per la preferenza deliberatamente accordata al capitale nazionale nella privatizzazione delle imprese e in parte per la scarsa trasparenza che caratterizza in generale la normativa in materia di investimenti. Non si può tuttavia affermare che esista una vera e propria discriminazione nei confronti degli investitori stranieri. Nell’ambito del settore manifatturiero, il comparto alimentare è quello che attira in maggior misura gli IED (11% nel 1997).

Manca tuttora in Slovacchia un moderno sistema di distribuzione al dettaglio. Nella maggior parte delle regioni prevalgono i piccoli negozianti e gli investimenti diretti provenienti dall’UE per la creazione di un efficiente sistema di distribuzione sono limitati. La commercializzazione dei prodotti agroalimentari è inoltre pregiudicata dalla mancanza di infrastrutture per la vendita all’ingrosso e dal persistente predominio di strutture di tipo monopolistico od oligopolistico che godono di influenti protezioni da parte dello Stato. Un grosso problema è rappresentato dalla scarsa disciplina dei pagamenti interaziendali e dall’insufficiente assistenza giuridica alle imprese nel recupero dei debiti.


Sostegno pubblico al settore agroalimentare

Rispetto al periodo pre-riforma, il sostegno all’agricoltura è piuttosto modesto. La spesa totale di bilancio a favore dell’agricoltura rappresenta l’1,8% circa del PIL. Il sostegno globale all’agricoltura, misurato in % PSE, era pari al 19% nel 1996, ma è salito al 25% nel 1997. In generale, le restrizioni di bilancio impongono limiti all’espansione del sostegno pubblico e, nel 1997, il livello del sostegno nazionale nel suo insieme ha raggiunto il 77% del limite che la Slovacchia si è impegnata a rispettare in sede GATT. E’ quindi probabile che nel 1998 venga posto un freno all’incremento delle sovvenzioni, dal momento che il bilancio agricolo ha subìto un taglio del 4% circa.

E’ stata peraltro impiegata una grande varietà di strumenti per sostenere l’agricoltura durante il processo di ristrutturazione.. Circa il 10% del bilancio è destinato a misure di sostegno del mercato, vale a dire acquisti all’intervento di determinati prodotti (principalmente cereali e carni) a prezzi minimi garantiti e aiuti all’esportazione (soprattutto per latticini, carni bovine e zucchero). Il 20% della spesa di bilancio è costituito da aiuti alla produzione, concessi sotto forma di contributi per l’acquisto di fattori di produzione, al fine di attenuare l’onere determinato dall’aumentato costo di questi ultimi. A ciò si affiancano misure di ordine strutturale, intese a mantenere in attività gli agricoltori nelle zone svantaggiate. I contributi diretti agli agricoltori di queste zone rappresentano la parte più cospicua del sostegno pubblico all’agricoltura (un quarto della spesa di bilancio).


Politica di sviluppo rurale

Circa il 48% della popolazione slovacca risiede nelle regioni rurali, il 40% in zone miste e il 12% in aree urbane. La politica di sviluppo rurale è ancora ai primi passi e per ora rimane sulla scia della politica regionale, la quale a sua volta non è molto avanzata. I problemi delle zone rurali e l’animato dibattito internazionale in corso sul tema dello sviluppo rurale, in particolare nell’ambito UE, hanno tuttavia suscitato negli ambienti politici slovacchi una crescente consapevolezza circa la necessità di dotarsi di un opportuno quadro politico per promuovere lo sviluppo rurale.

Le prime mosse verso l’elaborazione di una politica autonoma e integrata di sviluppo rurale sono state compiute nel 1995 con l’istituzione di un’Agenzia per lo sviluppo rurale. Nel 1998, il ministro dell’agricoltura ha formulato una «concezione dello sviluppo rurale nella Repubblica slovacca», che delinea gli obiettivi e le modalità di attuazione della futura politica di sviluppo rurale. A lungo termine, si punta alla realizzazione di uno sviluppo rurale secondo le stesse linee perseguite dall’UE. Per il momento restano tuttavia numerosi problemi d’ordine tecnico, amministrativo e finanziario da risolvere. Lo sviluppo rurale è fortemente limitato dalla scarsità di mezzi finanziari, in particolare a livello locale.


Prospettive a medio termine fino al 2003

Fino a poco tempo fa la tendenza imperante in Slovacchia era quella di fare affidamento più sui meccanismi amministrativi che sulle forze del mercato per procedere alla necessaria ristrutturazione del settore agroalimentare. Il presupposto fondamentale delle previsioni economiche a medio termine è che non vengano più messe in atto ulteriori misure amministrative intralcianti. Il persistere di un ingente disavanzo dei pagamenti correnti, la crescente pressione esercitata sulla fiscalità pubblica ed il limitato afflusso di capitale straniero potrebbero provocare una svalutazione della corona slovacca all’inizio del periodo considerato. Un’ulteriore destabilizzazione dei prezzi (energia, riscaldamento) e l’abolizione del blocco degli affitti (contenimento del prezzo degli alloggi) innescheranno l’inflazione. Questi aumenti metteranno a dura prova il reddito della maggior parte degli Slovacchi. Di conseguenza, non si può sperare che la domanda interna stimoli la produzione agroalimentare. Soltanto verso la fine del periodo considerato potrebbe intervenire una leggera spinta da parte dei consumatori, il cui reddito dovrebbe migliorare in una certa misura. Il persistente disavanzo di bilancio lascia un margine estremamente ristretto per un potenziamento del sostegno all’agricoltura. La svalutazione della corona renderà più competitive le esportazioni agricole slovacche e, viceversa, frenerà le importazioni. La situazione economica degli agricoltori ne risulterà migliorata a medio termine, il che dovrebbe tradursi, alla fine del periodo, in un moderato incremento della produzione. Il tasso d’investimento nell’industria alimentare dovrebbe aumentare verso la fine del periodo, come pure la produzione di alimenti trasformati. La disponibilità di credito per il settore agroalimentare, attualmente insufficiente a favorire l’espansione del settore, dovrebbe accrescersi nei prossimi anni.

Quanto all’assetto fondiario, la cooperativa resterà il tipo di azienda predominante, ma tenderà sempre più a frazionarsi in unità più piccole e a trasformarsi in società per azioni o in società a responsabilità limitata. Il divario di produttività tra le aziende tenderà ad approfondirsi e le aziende più prospere raggiungeranno una maggiore efficienza nell’impiego della manodopera. Nondimeno, nelle zone rurali scarsamente diversificate la capacità di assorbimento sarà limitata da un’elevata disoccupazione.

La redditività dei seminativi è in crescita dal 1993 e, nel 1995, il reddito netto settoriale di tale comparto è diventato positivo. Si può quindi prevedere in questo settore un’ulteriore espansione sia delle superfici che delle rese. Il settore zootecnico finora si è dimostrato in perdita. Il punto di pareggio dei profitti e delle perdite dovrebbe essere raggiunto nel 1998 (sempreché non vengano ridotte le sovvenzioni), ma la produzione complessiva continuerà a contrarsi leggermente fino al 2000 (eccetto per il pollame, che già registra attualmente un incremento). Dal 2000 in poi si prevede una moderata espansione per le carni suine, quelle bovine e il latte.


1  Società a responsabilità limitata, società per azioni.


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